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In Aspromonte
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Aspromonte. Santa Trada e Cascate dell'Amendolea: la ricchezza della povertà

  •   Francesco Bevilacqua
Nelle foto di Francesco Bevilacqua: Aspromonte, Santa Trada, il pastore e le cascate dell'Amendolea (Linnha e Castanò) Nelle foto di Francesco Bevilacqua: Aspromonte, Santa Trada, il pastore e le cascate dell'Amendolea (Linnha e Castanò)

Mattino presto. Il pastore è nella casa di pietre. Manca un’intera parete. Come uno squarcio che si spalanca sulla valle. Dentro, un forno per il pane e un fuoco di legna ormai spento. Ha munto le capre prima dell’alba. Poi le ha lasciate andar per monti. Le mani color bronzo premono la ricotta ancora calda. E’ intento al lavoro delicato di produrre quel cibo aurorale. Ma nello stesso tempo ascolta il mio racconto. Di quando venni qui, tanti anni fa, dopo aver visto la valle, come un tuffo al cuore, dalla panoramica cima di Croce di Melìa (dal greco, frassino). Il pastore esclama sorpreso: “Quanti cosi v'arricurdati!”. Dei miei cammini ricordo tutto! Romeo è il cognome. “Romei”, cioè romani, erano i bizantini, che per secoli tennero queste terre. Vuole che mangiamo. Perché qui vige la filoxenia, l’ospitalità sacra verso il forestiero che bussa alla tua porta. Per i greci il forestiero poteva essere un dio sotto mentite spoglie. Un dio che mette alla prova la tua generosità. Nella vallata dell’Amendolea (mandorla), tutto è greco. Anche il nome del luogo: Santa Trada (Santa Trinità). Il pastore sta interpretando i personaggi dell’incipit di Gente in Aspromonte di Alvaro. Ma è vero, reale. Pure a distanza di tanti decenni dall’ammonizione di Alvaro (“è una civiltà che scompare”), quella civiltà non è affatto scomparsa. Quando Romeo spreme la ricotta ha un fare ieratico. Non conosce gli studi di Mircea Eliade, ma sa bene che quel semplice gesto ha qualcosa di sacrale. E va eseguito con concentrazione, con rispetto, con gratitudine. Scendiamo sul greto. Tutt’intorno i resti di terrazzamenti, coltivi, pascoli, frutteti. Ora è quasi tutto abbandonato. E’ un’esplosione cromatica, fra il verde smeraldo dell’acqua, il biancore abbacinante dei massi levigati, il giallo e il marrone delle pendici dirupate. Risaliamo il corso del fiume intimoriti dal potere che emana il luogo. E poi c’è il pericolo. Ad ogni passo una pietra potrebbe caderti addosso dall’alto, uno scivolone potrebbe produrti danni seri. Interminabile susseguirsi di sali-scendi su rocce e di guadi con l’acqua sino alla cintola. Trote diguazzano nelle pozze. Sparvieri e poiane solcano il cielo. Poi il primo grande cerchio di cristallo e la cascata della Linnha. Larga, su un gradino a semicerchio. E’ quella che vidi dall’alto ma che non raggiunsi mai (ancora, dopo 36 anni di peregrinazioni pedestri, c’è una quantità di luoghi, in Calabria che non ho mai visto). Poi un complicato aggiramento per salire al di sopra. E proseguire ancora fino alla seconda cascata, Castanò, un alto salto furioso in una nicchia oscura, in più punti splendente di barbagli adamantini. E poi il ritorno, attento, timoroso. E la risalita a Santa Trada, in una calura terribile. Nell’ora panica, la controra, in cui pastori e contadini se ne stanno al chiuso o all’ombra per non essere rapiti dalle ninfe. Da sotto il pergolato osserviamo le pendici della valle. Hanno un aspetto andino. Sono percorse da frane ciclopiche, cosparse di boscaglie inestricabili. Vediamo i “sentieri inca” aggrappati sugli strapiombi. Su fino al casello di Croce di Melìa per il commiato con il pastore. Ci sono, quassù, una solitudine e un silenzio che potrebbero farti impazzire. Ma anche salvarti. Ho qui tutto quel che mi basta. Ho qui la mia musica: il frinire delle cicale. Ho qui il cibo offerto dal pastore. Fatto con quelle mani callose. Ho qui l’acqua di fonte e il vino. Ho le membra dolenti di chi si è conquistato una meta con fatica. Ho l’odore del timo nelle narici. Ho il profumo di resina dei pini e il sentore delle capre. Ho “la ricchizza della povertati”, come si diceva in Calabria e come puntualmente notò il veneto Giuseppe Berto, che in Calabria è sepolto. Amo questi luoghi severi, questa gente semplice e austera. Sono la prova vivente che non tutta l’umanità è perduta. Che il passato non è morto e può riconnetterci al futuro. Un futuro migliore di quello che follemente, pervicacemente ci stiamo costruendo con la nostra incoscienza, la nostra presunzione, la nostra avidità.


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