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Wwf Calabria.Troppe contraddizioni sul cinghiale

  •   Redazione
Wwf Calabria.Troppe contraddizioni sul cinghiale

di Pino Paolillo - Come volevasi dimostrare, la cosiddetta , ormai cronica “emergenza cinghiali”,  continua ad essere strumentalizzata ad arte per ottenere ciò che per legge è vietato: aprire la caccia nelle aree protette , perpetuando così all’infinito i soliti  errori  e alimentando quegli interessi che gravitano sul “problema cinghiali”  che nessuno ha il coraggio di ammettere. Per non parlare di tutte le contraddizioni, le approssimazioni, le autentiche invenzioni che continuano a circolare liberamente senza alcun riscontro scientifico . Come “i 15.000- 20.000 cinghiali “ presenti in una sola parte del Catanzarese (chi li ha contati?), l’uccisione “in media” in Calabria di soli “80-100 animali” ( possibile carniere stagionale  invece di una sola delle decine di squadre sparse su tutto il territorio, per un totale di circa 13.000 cinghialai) o come  la fola che tutte le scrofe partoriscono due volte all’anno e fanno in media dieci piccoli (neanche i criceti).

Ma veniamo al dunque: che i cinghiali ci siano e che arrechino dei danni all’agricoltura , nessuno lo mette in dubbio, ma per avere una dimensione esatta del fenomeno e valutare gli strumenti più idonei per contrastarlo, occorre avere dei dati precisi, che riguardino ad esempio l’andamento aggiornato e veritiero degli abbattimenti annuali, gli indici sullo sforzo di caccia,  la tipologia , la distribuzione spaziale e temporale dei danni subiti dagli  agricoltori (ogni evento dovrebbe essere periziato e georeferenziato) e decidendo se in un determinato distretto i cinghiali devono essere eradicati  del tutto (obiettivo difficilmente realizzabile) o arrivare ad una soglia-densità  quale obiettivo accettabile. E qui viene il bello e scoppiano le contraddizioni, perché  l’interesse degli agricoltori (zero cinghiali e zero danni) contrasta palesemente con quello della categoria che invece (e paradossalmente) viene  invocata per risolvere il problema: i cacciatori, che non potrebbero mai e poi mai arrivare a eliminare del tutto il cinghiale, pena la fine della loro attività. Né nessuno sarà mai in grado di convincere gli agricoltori che devono sopportare un certo numero di cinghiali (quanti?) sui loro terreni per far piacere ai cacciatori, accollandosi i danni e lasciando agli altri di godere dei benefici.  Risultato? Passano gli anni e si continua a ripetere come un disco incantato  che “ i cinghiali sono in aumento”, nonostante non ci sia uno straccio di stima aggiornata e che abbia un minimo di attendibilità scientifica. Anzi,  addirittura “ di fatto non vi sono evidenze di un incremento demografico significativo a livello nazionale, pur considerando le ampie fluttuazioni interannuali che sono caratteristiche della specie” . Parola di Silvano Toso (Diana caccia n.4 del 27/2/2016 ), già Direttore dell’ ex Istituto Nazionale per la  Fauna Selvatica:  di certo non un fanatico animalista , ma  valente studioso di gestione faunistica ed egli stesso cacciatore di cinghiali.

 Né l’avvistamento di cento cinghiali in un  bosco è sinonimo di aumento (fossero tutti  al mare capirei)  visto che nessuno saprà mai dimostrare che in provincia di Vibo i cinghiali l’anno scorso erano tot e quest’anno sono tot più uno e tenendo conto del fatto che solo una minima parte dei piccoli nati quest’anno raggiungerà l’età adulta, come avviene normalmente nelle popolazioni animali.

Quanto poi ai danni, è davvero strano che, stando a quanto dichiarato da insospettabile fonte venatoria , “all’ATC è pervenuta una sola segnalazione di danni da cinghiale” per il comune di Maierato e nessuna per Filogaso. Così come , anche  alla luce delle varie proteste degli agricoltori e degli stessi cacciatori “ufficiali”, bisogna ammettere che quelle azioni che avrebbero dovuto ,” nel giro di poco tempo, normalizzare il numero degli ungulati nelle campagne vibonesi” (vedi  comunicato stampa del 7 dicembre 2011 dell’allora Provincia di Vibo)  non hanno sortito gli effetti annunciati . Mi riferisco all’opera dei cosiddetti “selettori” che  da allora, e cioè da ben sei anni, hanno operato in periodo di caccia chiusa, anche di notte, persino a primavera, quando le scrofe hanno i piccoli. E allora  verrebbe da dire “tertium non datur”: o i danni non sono così ingenti come si dice, oppure, se sono ingenti, vuol dire che , sia la caccia regolare di tre mesi all’anno, che quella dei selettori a caccia chiusa, non sono la soluzione.

Oppure, a voler essere ottimisti e dare una buona notizia:  se l’ISPRA (dati riferiti dalla Provincia al Prefetto di Vibo nel luglio di tre anni fa) aveva indicato in 320 il numero di cinghiali abbattibili “oltre le normali attività venatorie” del trimestre ottobre-dicembre,  essendo stata già  raggiunta la cifra di 300 cinghiali uccisi in questi pochi mesi, vuol dire che il problema è risolto e cioè che  i selettori hanno fatto il loro bravo lavoro, i cacciatori regolari a ottobre avranno i carnieri assicurati per la prossima stagione e gli agricoltori dovrebbero subire dei danni, diciamo così,  più contenuti. Tuti contenti insomma. O no?

 Che poi tutti i cinghiali di mezza provincia, di giorno si riposino beati nell’oasi dell’Angitola, e ogni notte si sparpaglino per insidiare campi e vigneti fino a Soverato, è tutto da dimostrare. Personalmente la vista di un scrofa a maggio con cinque striati al seguito, su un territorio di centinaia di ettari, non mi scandalizza affatto , ma capisco che se fossi un cacciatore, avrei tutto l’interesse a sostenere la teoria del rifugio dei vandali, specie se penso che, oltre al cinghiale, e con la scusa  del  cinghiale, un tiro alla beccaccia, all’alba, ci potrebbe pure scappare; così,  giusto per  ingannare l’attesa.

In questo clima di confusione generale nessuno si  è mai chiesto ad esempio  quante richieste di contributi per metodi di prevenzione (come le recinzioni elettrificate) sono state presentate, né per quale motivo non si sono adottati sistemi di cattura come i chiusini, che, sulla base di esperienze ormai consolidate anche nelle aree protette, sono risultati i più selettivi e i più efficaci in termini di costi benefici, nonché i più utili per ridurre le popolazioni di cinghiali. Infatti i soggetti che vengono catturati in percentuali maggiori  (ad esempio nel Parco Nazionale del Gran Sasso gli individui  inferiori all’anno di età hanno superato il 75% degli animali catturati)  sono i giovani, i piccoli e le femmine adulte, cioè proprio quelle classi sociali su cui occorre intervenire per regolare la dinamica di una popolazione ( e che sono i principali responsabili dei danni all’agricoltura).

 Unico problema, riscontrato un po’ dovunque, quello dei boicottaggi ai recinti di cattura.

Chissà perché.

Pino Paolillo


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