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Wwf. Il cinghiale della discordia

  •   Redazione
Wwf. Il cinghiale della discordia

Ma come? Ogni anno gli organi di stampa, puntualmente sollecitati dalle varie associazioni venatorie e agricole, ci riempiono di notizie sul “pericolo cinghiale” e sulle invasioni del terribile Ungulato; in pochi anni i cacciatori calabresi dediti alle braccate, con occupazione militare del territorio, sono passati da 1.500 (nel 2004) a oltre 13.000 (dati 2012); si organizzano più  sagre del cinghiale nei nostri paesi che a Capalbio e dintorni maremmani, le campagne sono piene di lacci di acciaio che strangolano miseramente, oltre ai cinghiali, qualsiasi mammifero di una certa taglia (compresi i cani degli stessi cacciatori), le province hanno speso centinaia di migliaia di euro per foraggiare corsi e ricorsi per “selettori” ecc. ecc. ecc., e con quale risultato? Che ogni volta siamo punto e a capo: nessuno sa, né mai saprà, quanti sono i cinghiali in circolazione, ma tutti sono pronti a giurare  che sono in aumento (chi li ha contati?). E il fatto che in alcuni posti arrivino a prendere il cibo dalle mani o che se ne vedano sulle strade di sera, di per sé non significa che sono di più (rispetto a quando?), ma semplicemente che ci sono e che mangiano dove e cosa più gli conviene, soprattutto nei periodi in cui scarseggiano ghiande, o castagne o faggiole (a scanso di equivoci: frutti del faggio e non legumi per “suriaca”).

Le province prima, e ora la Regione, sempre attente a non scontentare il popolo elettore, continuano ad affidare la presunta soluzione del “problema cinghiale” a chi ne è stato (vedi ripopolamenti), e continua ad esserne (vedi braccate) la causa. Non si spiega altrimenti come in tutta Italia, dopo che la bestia nera indigena era stata praticamente spazzata via a suon di fucilate, sia poi ricomparsa prepotentemente, sotto spoglie ben più robuste di origine estera e continui ad alimentare una florida attività venatoria, che a tutti conviene, tranne che agli agricoltori. Che se una colpa hanno, è proprio quella di ritenere, un po’ ingenuamente,  che occorra spararne di più per avere meno danni, ignorando un semplice fatto, vale a dire che chi ha interesse a continuare ad ammazzarli, non è tanto fesso da eliminare la fonte di cosciotti, salumi e pappardelle, con la prospettiva di dover appendere il fucile, disfarsi dei cani e vendere il congelatore.

Semmai ha l’interesse contrario, vale a dire avere più prede da cacciare. O no?

Prova ne sia che quando i cosiddetti selettori mandati dalla regione a sterminare il malefico selvatico, in un periodo destinato dalla natura alla nascita dei piccoli, i cacciatori regolari si ribellano perché altri gli sottraggono le future prede autunnali, auspicando in tal caso non più la corsa alle armi, bensì quei metodi alternativi (recinti elettrificati, chiusini ecc.) che i soliti ambientalisti propongono da sempre per limitare veramente i danni all’agricoltura. Capite bene dunque che il campo di patate o di mais devastato dall’orda suina o la macchina scassata a causa di una collisione con un possente “solengo” sono semplicemente il pretesto strumentalizzato per presentarsi all’appuntamento come i salvatori della patria, salvo poi magari foraggiarli e allestire i sentieri in estate, in vista dell’apertura ottobrina. Per una volta però siamo d’accordo con una parte dei cacciatori, quando criticano la Regione Calabria per avere  autorizzato, in maniera a dir poco superficiale , abbattimenti di cinghiali in provincia di Vibo anche dopo il periodo normalmente consentito e  persino in primavera. E ciò per rispondere, così apprendiamo, ad una sola richiesta di danni, con il dubbio che sia stata data comunicazione alle Forze dell’Ordine per i necessari e auspicabili controlli. Eppure sono pronto a giurare che, nonostante la caccia  di tre mesi e l’uccisione autunnale di migliaia di cinghiali da parte delle squadre ufficiali, nonostante gli abbattimenti cosiddetti “selettivi” in periodi diversi e più delicati, nonostante i lacci e il bracconaggio perpetrato, letteralmente, “con ogni mezzo”, alla prima occasione si ripeterà che il cinghiale è sempre in aumento e che bisogna prendere provvedimenti, cioè nuovi abbattimenti. “A prescindere”, come direbbe Totò.

E allora, visto che con i fucili non funziona, se provassimo con il Napalm?

Pino Paolillo