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La nostra storia. I fratelli Borruto e i loro rapporti con Staiti

  •   Redazione
La nostra storia. I fratelli Borruto e i loro rapporti con Staiti

di Fortunato Stelitano - Il contributo dei fratelli Gaetano, Giovanni e Francesco Borruto al Risorgimento calabrese è stato di fondamentale importanza. Furono tra i primi a innalzare il vessillo tricolore a Reggio il 2 settembre 1847 al seguito di Domenico Romeo di Santo Stefano d'Aspromonte e proseguirono la loro attività di cospiratori e patrioti anche durante gli anni successivi, cosa che gli procurò non pochi problemi.

Il padre Ignazio, possidente quarantenne di Reggio, il 20 aprile 1811 sposò la trentenne Giuseppa Cordova di Staiti, figlia di Lorenzo e Deodata Cafari. Nel 1812 nacque Gaetano Gabriele Camillo Lorenzo, nel 1817 Giovanni Ferdinando e nel 1822 Francesco.

Tra il 1833 e il 1843 il giovane Gaetano Borruto compì vari viaggi in Italia, in Francia e nelle Americhe, ritornado poi nella sua terra con un solo pensiero, quello della politica. Infatti, "con piccolissimo numero di liberali suoi amici organizzava la provincia di Reggio, e gli animi disponeva alla futura rivoluzione".

Nel 1844 si portò a San Lorenzo per coinvolgere alcuni dei residenti nel progetto di riforma, ma in seguito a ciò venne denunciato e da allora dovette subire continue visite domicialiri da parte della polizia. Partecipò attivamente alla Rivolta di Reggio del 2 settembre 1847, divenedo uno dei membri della Giunta insurrezionale.

I rapporti con Staiti non erano solo quelli legati ai natali della loro madre, ma rientravano proprio all'interno dello spitiro di cambiamento auspicato più volte dal progetto riformatore. In paese, i cugini Domenico Musitano (avvocato, supplente giudiziario, capo urbano e ricevitore) e Lorenzo Musitano (arciprete), figli della sorella della madre, già da tempo mantenevano contatti sia con i liberali reggini che con quelli del Distretto di Gerace e, coordinati dal notaio Giuseppe Maria Martelli, avevano riunito un bel gruppo di patrioti intenti a dare un segnale di cambiamento anche da quell'estremo lembo della prima Calabria ulteriore.

La breve, ma incisiva Insurrezione di Staiti del 5 e 6 settembre 1847 ne fu la prova e tale "ceneroso cimento" venne premiato quando, due giorni dopo, i circa trecento rivoltosi di Reggio, tra cui i frateli Gaetano, Giovanni e Francesco Borruto, al seguito dei fratelli Romeo, giunsero in paese facendo scappare il giudice napoletano Antonio Marano, il cancelliere Ferdinando Picone, l'usciere Domenicantonio Zappia, il capo delle guardie forestali e altri impiegati.

Dall'8 e al 11 settembre gli Staitesi ospitarono nelle loro case la maggior parte di quei patrioti e i fratelli Borruto ebbero l'occasione di passare un po' di giorni con i loro cugini e la zia Fortunata Cordova. Lo stesso Gaetano Borruto, in una deposizione fatta dinnanzi al giudice di Reggio, dichiarò che "... ivi fummo alloggiati nelle case particolari, quasi tutti, e quelli che non goderono tal beneficio, presero riposo sotto le Querce; ed in quel luogo stammo per lo spazio di giorni tre, ritirando il cibo de’ medesimi padron di casa che ci tenevano allogiati, ed io più degli altri stiedi più che bene mentre il mio alloggio fu con i descritti miei fratelli in casa de’ miei parenti D. Domenico Musitano”.

Il 12 settembre i liberali reggini lasciarono Staiti per proseguire la marcia verso gli altri paesi del Distretto di Gerace, ma i fratelli Borruto decisero però di dirigersi verso San Lorenzo, luogo a loro familiare poiché ivi risiedevano molti parenti della madre. All'alba del 15 settembre, in località Sant'Antonio, vennero arrestati dal Capo urbano Domenco Abenavoli coadiuvato da un cospicuo numero di urbani. Nella stessa giornata vennero condotti innanzi al regio giudice del Circondario di Melito Domenico Falletti per un primo interrogatorio e il 19 settembre si trovavano già a Reggio per il secondo interrogatorio davanti all'ispettore di polizia Gennaro Cioffi. 

Fra i tre fratelli Borruto, Gaetano è sicuramente quello che si compromise maggiormente all'interno per processo di rinnovamento perseguito dai liberali calabresi; lui stesso raccontò le principali fasi della sua vita in un contributo edito per la Tipografia Siclari nel 1861, dal titolo "Il Tristo Carcere di Reggio". In esso venne narrata la sua lunga esperienza come detenuto prima a Napoli, poi a Reggio, senza trascurare piccoli dettagli sulle condizioni in cui versavano i carcerati per reato politico. Non trascurò di ricordare persino le vicende che portarono alla morte del cugino arciprete Lorenzo Musitano di Staiti, descrivendone anche la premura manifestata dai compagni di cella nel recitare  "l'ufizio dei morti".

Gaetano Borruto passò quindi dal fuorbando al carcere con pena di morte col terzo grado di pubblico esempio. Dopo lunghe e alterne vicende, in sede giudiziaria riuscì a far valere il verbale di presentazione volontaria e la pena di morte gli venne commutata con l'ergastolo. Dopo la Costituzione del 1848 venne liberato e si trasferì a Napoli senza prendere parte agli eventi politici di Reggio di quello stesso anno. Ciò nonostante venne nuovamente arrestato e condotto presso le celle del Carcere di Reggio. In due distinti processi degli anni 1850 e 1852 "riportò requisitoria di morte"; riuscì comunque a salvarsi e il 26 agosto 1852 uscì definitivamente dalle prigioni ritirandosi nella sua casa dalla quale non uscì per circa otto anni. 

A uno dei fratelli Borruto "si devono nella massima parte pur anche tutti i generosi soccorsi, che i Garibaldini han ricevuti in S. Lorenzo, quando da Aspro monte costretti furono colà a ripiegare"; loro parenti erano infatti i consiglieri comunali Antonino, Ferdinando e Giuseppe Cordova che il 18 agosto 1860, su proposta del sindaco Bruno Rossi, parteciparono alla votazione di "un Documento che proclamava la decadenza del Regno di Francesco II di Borbone e dava l'adesione alla Dittatura di Garibaldi". 

L'esperienza del 1847 aveva segnato tutti, consolidando amicizie suggellate anche dal secondo matrimonio fra il notaio Giuseppe Maria Martelli e Francesca Musitano di Staiti, sorella dei fratelli Musitano, così come quello precedente del 1821 fra il liberale Giovanni Medici di Brancaleone e Caterina Musitano di Staiti, altra cugina dei Borruto.

                                                                                                   


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