Menu
In Aspromonte
Partito Radicale. Parlamento: problema vitalizi è ennesimo fumo negli occhi ai cittadini. Problema vero è autodichia Camere

Partito Radicale. Parlamento: …

Maurizio Turco e Irene...

Petrolchimico di Siracusa: tra i 39 siti da bonificare con urgenza

Petrolchimico di Siracusa: tra…

Dopo l'Ilva di Taranto...

Ente Parco. Sabato 22 l'inaugurazione del piazzale ex Anas di Gambarie

Ente Parco. Sabato 22 l'inaugu…

Sabato 22 luglio ...

CaiReggio. Martedì 18 Conferenza del Prof. John Robb “I segni dell'uomo in aspromonte: prime indagini archeologiche in Aspromonte”

CaiReggio. Martedì 18 Conferen…

“In che epoca l’uomo h...

Escursioni. Domenica 16 luglio “Gente in Aspromonte” andrà alle Gole la Verde

Escursioni. Domenica 16 luglio…

Domenica 16 luglio DA...

“Basta Vittime Sulla Strada Statale 106”. Sua Eccellenza monsignor Bertolone socio onorario dell’associazione

“Basta Vittime Sulla Strada St…

L’associazione conferi...

Siccità e incendi: le richieste di Coldiretti alla Regione

Siccità e incendi: le richiest…

Molinaro: i Consorzi d...

Escursioni. Sabato 15 e domenica 16 luglio il CaiReggio sarà alle "Gole dell'Aposcipo" (P.N.Aspromonte)

Escursioni. Sabato 15 e domeni…

L’escursione prevede l...

Palmi. "Addio Salvatore Barone, tifoso della Palmese"

Palmi. "Addio Salvatore B…

di Sigfrido Parrello -...

La riflessione. "Trump e le minacce di accendere la miccia della bomba nucleare"

La riflessione. "Trump e …

di Virginia Iacopino -...

Prev Next

La nostra storia. L'esodo degli Africoti nel dopo alluvione

  •   Rocco Palamara
La nostra storia. L'esodo degli Africoti nel dopo alluvione

L’intrattenimento

In tempi in cui l’accoglienza dei profughi si esplicita con modalità inaudite e tuttavia come se dettate direttamente dal padreterno, varrà qualcosa - per capire la retorica del potere e le ipocrisie - sapere di come venimmo trattati noi di Africo e di Casalinovo scappando appena oltre il limite del nostro territorio comunale per l’alluvione del 1951. 

Gli africoti

Gli africoti, abbandonato il loro paese travolto dalle frane, passarono due notti in ripari di fortuna  fino a che dal Prefetto di Reggio arrivò l’ordine di lasciare il loro territorio nel bacino dell’Aposcipo e raggiungere la “rotabile” sui Campi di Bova  dove, secondo i piani, i mezzi mandati dal governo li avrebbero condotti a Bova, designata quale posto di accoglienza degli alluvionati. Va da sé che poi di mezzi ne arrivarono pochi e ci vollero parecchi giorni – e altre noti all’agghiaccio – prima che tutti gli africoti venissero condotti al coperto. Ma la magagna più grossa li attendeva all’arrivo quando tutta quanta la popolazione venne ammassata in una scuola elementare, di appena 12 aule e il camerone grande della palestra, sul retro (lato a monte) del paese.

Poiché i profughi assommavano a più di mille persone (di tutte le età e condizioni di salute) lo spazio messo loro a disposizione fu a dir poco ingeneroso, quando proprio li davanti c’era il sotto utilizzato edificio della Pretura e poco più sopra il grande palazzo del Vescovado, sede estiva del vescovo di Reggio/Bova che, allora d’ottobre, era anche vuoto.

Ma persino quel poco (e obbligato) sembrò troppo per i probi cittadini della classe impiegatizia  bovese che sin da subito si misero a reclamare per la restituzione della scuola dei propri figlioli. Prevalsa la loro di “ragione”, in capo a solo 10 giorni dal loro arrivo,  gli africoti vennero ricaricati sui pullman (avevano solamente i vestiti che indossavano) e deportati nella lontana e desolata Gambarie (1.300 s.l.m.) dove i bambini,  concentrati nei locali della colonia estiva senza riscaldamenti, in capo a un mese si ammalarono tutti di bronchite, polmonite e principio di congelamento ai piedi.

I casalinoviti

Ma a sparigliare nuovamente le cose, subito appresso arrivammo quelli di Casalinovo a Bova dove, in quanto profughi anche noi, venimmo alloggiati in quello stesso complesso scolastico appena sgombrato dagli africoti.

Arrivati alla spicciolata in gruppi di famiglie che si facevano a piedi tutte i 14 chilometri del percorso (Furchi - Campi - Portella di Bova) giungemmo infine al ragguardevole numero di 700/800 persone senza che neanche per noi si aggiungessero altri alloggiamenti oltre quel complesso scolastico detto delle “ Scole” sebbene poi ci rimanemmo a lungo.

Consultando Google Maps e ritrovando la scuola, la palestra e il cortile così come erano allora (in via delle rimembranze), stento persino io a credere di come potemmo essere stati là stipati così tante persone. Ma i conti mi tornano al ricordo  che all’inizio alla mia famiglia fu assegnato il posto in un aula con altre 13 famiglie: per un totale quindi di non meno di 50 persone in quella stanza sola!

L’inefficienze dei soccorsi e l’insufficienze degli aiuti caratterizzò più che mai quell’alluvione in Calabria aggravando le condizioni ed i disaggi degli alluvionati dei vari paesi. Di ciò resta traccia nei verbali dei dibattiti parlamentari per le denunce di senatori e deputati comunisti e socialisti quali Rocco Minasi, Eugenio Musolino, Fausto Gullo e altri.  Emblematico nel nostro caso l’appello del 19 novembre 1951 (a un mese dell’alluvione) da parte del deputato socialista Pietro Mancini (padre di Giacomo) affinché  ad africoti e casalinoviti “…arrivati a Bova in condizioni di quasi nudità” si sbrigassero a rifornirli di coperte e di vestiti.  Il 5 dicembre 1952 (un anno dopo) un altro deputato socialista, Francesco  Geraci di Campo Calabro, sollecitò la costruzione di baracche per i “circa 700  alluvionati di Casalnuovo”  ancora ammassati nelle famigerate “scole” di Bova. 

Chi non si curò affatto di noi fu arcivescovo Mons. Giovanni Ferro che non venne neanche a visitaci. Mentre le autorità cittadine non si presero nemmeno la briga di sgombrare la scuola dai banchi, che rimasero accatastati per anni nell’atrio intralciandoci il passaggio in entrata e uscita dell’edificio. 

Quando finalmente allestirono il campo profughi di Bova Marina la più parte delle famiglie venne trasferita e nella nostra stanza da 14 si ridussero a solo 5, diventando per qualche tempo una sorte di privilegiati rispetto ai compaesani portati nelle baracche del campo:  fatte di semplici tavole, di un unico ambiente col tetto in lamiera; un cesso ogni 20 famiglie (per convenzione, riservato solo alle femmine) e con una fontana sola (successivamente  due) per Mille persone. Nel fango appiccicoso d’inverno e nella polvere soffocante d’estate perché le vie erano senza brecciatura. Dove ci rimasero per più di 10 anni!

Vita alle Scole

Nonostante avessi solo 3 anni, ricordo molto bene l’inizio della convivenza con i nostri ultimi condòmini perché ho chiare le immagini di quando a delimitare gli spazi assegnati a ciascuna famiglia c’erano fissati sul pavimento i murali da dove, con noi dentro, vennero innalzate le pareti divisorie con tavole grezze di non più di due metri e mezzo di altezza. Il restante spazio fino al soffitto rimase comunicante allo scopo di far arrivare in tutti i comparti l’aria e la luce di due finestroni; e ci  toccò perciò condividere con le altre famiglie suoni, odori e umori, per tutto il tempo che rimanemmo insieme. Il pianto dei lattanti e le malinconiche ninne nanne delle mamme per addormentarli fu, si può dire, la nostra colonna sonora. Riuscimmo comunque di andare d’amore e d’accordo senza litigare mai fra “camerati” tra i quali anzi si crearono legami tipo parentali destinati a durare ben oltre l’avventura di Bova.

Con i nostri compagni di stanza eravamo all’inizio 16 persone, salite a 19 quando venne il momento di andarcene quattro anni dopo e nel frattempo uno dei vecchi era morto ma 4 nuovi bambini erano nati.

Le famiglie delle altre aule erano nelle nostre stesse condizioni, ma ancora peggio stavano gli alloggiati nella palestra, minutamente parcellizzata in cubicoli per ospitare il numero più alto possibile di famiglie. Avendo essi lo stesso tipo di pareti ma con un tetto comune  altissimo fatto di capriate in legno e lamiere a vista, erano ancor  più esposti al caldo cocente d’estate e al freddo d’inverno che a Bova - esposta a tutti i venti - era rigidissimo.

Negli angusti comparti di non più di 8 mq. il mobilio era limitato a un piccolo tavolo detto “buffetta”, qualche sedia, e una o più casse (sovrapposte) per vestiti e biancheria. Per cucinare avevamo dei piccoli e alti fornelli militari forniti dall’Amministrazione e per dormire delle brande - sempre militari- di ferro massiccio con telo, che erano pesantissime e sobrie ma adatte alla bisogna per il fatto che di giorno venivano piegate e addossate alle pareti per liberare gli spazi e poterci muovere negli alloggi.

 Ai militari fummo, in qualche modo, equiparati anche per altri aspetti: come le forniture di tazze, piatti e anche bicchieri in alluminio e persino con una modestissima elargizione di denaro detta “deca”, come quella dei soldati, per il tabacco o piccole spese. 

Nei primi tempi ci fornirono dei vestiti e delle scarpe, usate o su misura, e persino del carbone per i fornelli e il barbiere per barba e capelli. Poi, una alla  volta, cominciarono a levarci le cose lasciandoci infine solo una tessera per gli acquisti di alimentari in un paio di negozi convenzionati e quella modestissima elargizione della “deca”.

Per l’acqua le donne andavano in un vecchio fontanile là vicino, e per lavare a una sorgente lontana nel profondo di un burrone ai piedi dell’altopiano dei Campi.

Mancando del tutto i gabinetti, bisognava arrangiarsi nelle campagne circostanti, e di notte in orinali da andare poi a svuotare a getto oltre cortile. Sgradevole compito matutino che spettava a noi bambini. 

Date le condizioni anche l’intimità delle coppie era pressoché impossibile, soprattutto di notte. Allora, più spesso, quando la mattina i grandicelli erano a scuola, con i più piccoli i genitori usavano un trucco per levarseli dai piedi almeno per un po’ ; spedendoli da qualche parente con una strana richiesta che noi piccoli incoscienti presentavano candidamente all’arrivo:

- Mia mamma mi ha detto di darmi il trattenimento!

-Ah, l’INTRATTENIMENTO! Bene, bene!  Siediti lì che ora te lo trovo!

Ci sentivamo dire solitamente dalla parente che per prima cosa si affrettava di metterci nelle manine una ciambella o delle castagne infornate, o fichi secchi, da mangiucchiare. Poi, nel mentre fingeva di cercare - senza trovare – cominciava a “’ntuluparci” (lett.: avvolgere in una matassa di filo) cimentandosi  con cunti, discorsi divaganti e approcci di dialoghi improbabili ma sottilmente ipnotici ( “l’intrattenimento” era anche un’arte), e solo a tempo “congruo" saltava fuori l’oggetto da portare finalmente a casa in adempimento del presunto compito affidataci dai genitori.

Fu in quella maniera disagiata e un po’ truffaldina che ebbe origine l’impennata delle nascite che porterà la popolazione del comune ad aumentare di un terzo in appena due lustri (dal 1951 al 1961). “Miracolo” dovuto in realtà  al fatto che con la fine delle durissime condizioni di vita e l’isolamento in montagna erano terminate anche le falcidie di bambini: nel 1927 e 1928 i morti sotto i 4 anni superarono i nati vivi. 

Più fortunati dei nostri fratelli maggiori (che, se la scampavano, dopo i 4 anni venivano condotti in compagna a lavorare) avemmo comunque modo di crescere più sani e scolarizzati. E tuttavia, sempre misteriosa restò per noi quella cosa che si chiamava TRATTENIMENTO perché  l’oggetto che ci davano nel rimandarci a casa era sempre diverso e noi non capimmo mai quale era veramente la cosa che si chiamava così!


  • fb iconLog in with Facebook