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Un "contromovimento" migratorio: Intervista a Chiara Brissa, membro di Progetto Felicelanda

  •   Francesca Erica Bruzzese
L'intervistata Chiara Brissa (a destra) e alcuni ragazzi del Laboratorio teatrale "Il clown", da cui ha preso avvio l'idea di Progetto Felicelanda L'intervistata Chiara Brissa (a destra) e alcuni ragazzi del Laboratorio teatrale "Il clown", da cui ha preso avvio l'idea di Progetto Felicelanda

Questa settimana desidero approfondire un argomento che avevo toccato en passant alla fine dell'articolo precedente, e cioè i punti di forza che attualmente ha da offrire la Calabria, cosa si salva o si può salvare di questa terra, in che modo, potenzialmente, sta cercando di risorgere dal periodo buio in cui sembra perennemente destinata a galleggiare.

Ad aiutarmi in questa direzione c'è Chiara Brissa, attrice, laurea in Scienze Letterarie conseguita presso l'Università della Calabria con una memoria su Edipo e il teatro di Sofocle.

Da qualche anno a questa parte, Chiara partecipa attivamente ad un progetto portato avanti dalla giovane Associazione Culturale “ConimieiOcchi”, che si occupa di valorizzare e rivitalizzare il territorio calabrese, cosentino in particolare, attraverso iniziative di carattere teatrale e educativo-ricreativo per ragazzi, nonché idee di promozione dell'agricoltura e dell'artigianato locali.

Anche Chiara, come molti giovani calabresi, sa cosa sia l'emigrazione per necessità: la scelta di una città del “Nord” su cui investire per le domande di supplenza comporta sacrifici spesso importanti, parallelamente, però, non ha mai smesso di guardare alla sua terra natale chiedendosi cosa potesse fare per la Calabria. E come lei anche Costantino Montalto, Maria Grazia Bisurgi, Francesco Votano, Ester Tatangelo, Leonardo Gambardella, Margarete Assmuth e altri si sono posti lo stesso interrogativo, dando infine vita al Progetto Felicelanda, un lavoro che fa capo alla stessa Associazione “ConimieiOcchi”, in collaborazione con la compagnia Scena Verticale e Progetto More del Teatro Morelli di Cosenza.

Così, per rendere noto il lavoro portato avanti da questi ragazzi, Chiara ed io abbiamo pensato di parlarne attraverso l'intervista che riporto qui di seguito.

Chiara, puoi spiegare cos'è “Felicelanda”, e perché la scelta di questo nome?

“Felicelanda” è il nome del progetto e anche della rappresentazione teatrale che abbiamo intenzione di proporre al nostro pubblico e, per esteso, alla cittadinanza. L'idea è stata quella di fondere il concetto di felicità con il concetto di landa, che richiama l'inglese “land”, cioè “terra”, ma è anche proprio la “landa”, appunto una zona poco disposta alla coltivazione.

Lo scopo del nostro progetto è provare a capire, tutti insieme collettivamente, come si può essere felici qui, in questa terra... terra per così dire “periferica”, che sembra abbandonata da tutti, da cui sembra che tutti se ne vadano e che non venga mai presa in considerazione da nessuno.

Come è articolato questo vostro progetto?

Del progetto erano previste varie fasi da distribuire nel tempo, che dovevano partire da ottobre-novembre... ma per mancanza di fondi sono partite a gennaio. Ognuno di noi ha fatto una ricerca personale sul tema del progetto, e ci siamo posti delle domande individualmente. Ci siamo chiesti quali fossero le nostre necessità e quali i valori su cui interrogarci... ad esempio l'idea di famiglia... il matrimonio... la partenza e l'emigrazione... Prima abbiamo chiarito queste linee guida, e poi abbiamo dato l'avvio a dei laboratori.

Laboratori di che tipo, e quando li avete fatti?

A marzo abbiamo condotto il primo. È stato con i preadolescenti che frequentano un centro diurno a Scalea. Il laboratorio stesso si è svolto a Scalea, e noi ci siamo spostati lì. Ha riguardato il tema dei diritti ai minori, in continuità con la linea di pensiero e di azione di Save the Children. I ragazzi hanno pensato a come creare il bello intorno a sé... a come valorizzare la propria vita... a liberare la mente ed essere costruttivi in questo senso.

In che modo, poi, avete proseguito nella definizione del progetto?

Abbiamo iniziato a fare delle ricerche sul territorio... in particolare a Cosenza. Abbiamo condotto delle interviste alle persone che incontravamo anche per strada chiedendo loro cosa fosse la felicità... e se si ha paura di essere felici. Sia in generale, sia perché una tematica che è perennemente presente nel nostro territorio è che non si deve far vedere che si è felici.

Mantenendoci nello spirito dell'anteprima, cosa puoi dirmi circa il vostro spettacolo, e com'è nato?

L'idea è nata dopo il primo “Laboratorio sul Clown”, condotto dalla pedagoga e coach newyorchese Merry Conway. C'è da dire che Merry è rimasta affascinata e al tempo stesso interdetta dalla terra di Calabria... si è appassionata alla città e alla nostra idea, e per questo, dopo il primo lab fatto l'anno scorso, ha accettato di tornare anche quest'anno, ad aprile, per seguirci nel nostro lavoro teatrale che ha appunto, come tema, la valorizzazione del nostro territorio.

Le prove le abbiamo iniziate a fine gennaio, e in scena siamo quattro attori, perché abbiamo scelto chi, dei nostri clown formatisi in seguito al laboratorio, fosse più adatto a impersonare determinati personaggi.

Ester Tatangelo, che è di Vibo ma vive a Roma da quando ha emigrato per studiare fuori, ha scritto la linea drammaturgica, essendo drammaturga. L'ha scritta senza parole, avvitandola attorno alle stesse improvvisazioni che facevamo noi sulle tematiche che ho esposto prima.

Nel contesto dello spettacolo sarà prevista, probabilmente, anche la scena di un treno, perché forse il personaggio femminile partirà, emigrerà appunto per lavoro, e questo dovrebbe simboleggiare la piaga dell'emigrazione che da sempre caratterizza i giovani calabresi.

Bisogna specificare, comunque, che il nostro è un work in progress e resta un lavoro collettivo, e in quanto tale alcuni elementi dello spettacolo dovranno ancora essere elaborati e concordati tra di noi, per cui per ora niente può dirsi come certamente definitivo.

Che rapporto avete instaurato con Merry Conway?

Merry ci ha seguito un po' come fosse regista... lei non vuole che abbiamo questa percezione di lei, si è definita “facilitatrice del processo di lavoro”. In effetti supervisiona il lavoro, anche se poi, seguendoci, una visione “sua” ce la dà. Lei guida attraverso i consigli... ci aiuta a chiarificare ciò che viene fuori al momento dell'improvvisazione. Ma la regia resta fondamentalmente collettiva.

Come vivete, tu e i tuoi compagni, questo vostro lavoro collettivo?

Noi lo viviamo come lavoro teatrale in primis, e poi come una piccola ricerca di carattere etno-antropologico, che cerchiamo di condurre con i mezzi che abbiamo a nostra disposizione, che sono appunto le nostre competenze teatrali. Abbiamo comunque reso pubblica parte del nostro lavoro, almeno quello iniziale, attraverso un video che è reperibile in youtube, cercando “Felicelanda”. Speriamo di coinvolgere quante più persone possibili e di avere un contatto diretto con i cittadini della Calabria, per aiutarli a riscoprire, con la partecipazione di tutti, il senso dello stare e del vivere bene in questa nostra terra.

Ringraziando Chiara e il gruppo di “Felicelanda” per il grande lavoro da loro portato avanti, vi do appuntamento al prossimo numero.