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Ndranghita e mafia sono… geografia

Per capire meglio in che S(s)tato viviamo, vi invito a leggere quanto ho letto io, sulla formidabile carriera di Massimo Carminati, qui (https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Carminati) vi potete fare una idea del perché, trovandosi davanti un galantuomo, i Giudici di Cassazione hanno deciso che il pluripregiudicato, tutto è, tranne che mafioso!

Affinché i reati abbiano il nimbo di mafiosità, debbono essere commessi (per forza) da individui nati, cresciuti e pasciuti nel meridione dell’Italia e, in particolare, in Sicilia e/o Calabria.

E si è mafiosi, a volte, per casata, per cognome, per luoghi comuni, e Comuni calabresi e/o siciliani.

L’infiltrazione mafiosa nei Municipi è possibile in luoghi diversi dalla Calabria, solo se in quei posti vi insiste una famiglia con cognome calabrese, se c’è una indole risaputa e, quando nei portoni dei Municipi delle nostre parti leggete:”Qui la ndrangheta non entra” è solo per il fatto che è già entrata! Non si sa bene quando, ma è già entrata! Ecco il motivo per il quale sono chiusi quasi tutti i Comuni. Si chiudono Municipi per ndranghita…senza arrestare ndranghitisti! Come arrestare qualcuno per omicidio, senza il morto!

La condanna a Carminati che era stata di 14 anni, ora sarà rimodulata. Questo termine significa che sarà ridotta di un bel po’ perché non vi è più l’aggravante mafioso.

Ora, se volete trovare il tempo, come ho fatto io, di studiare i reati per i quali Carminati è stato condannato e la pena che ha avuto e, fare il confronto con gente che ben conoscete che, solo per sospetto o per sentito dire, è stata condannata a venti (20) anni col rito abbreviato che corrispondono a trenta (30) col rito normale, vi potete rendere ben conto dove stia la mafia, e perché sia un fatto geografico. Qui, dove si è mafiosi, per tradizione e, le tradizioni, quando vengono ricordate e rispettate, durano in eterno.

E noi calabresi, siamo stati e saremo (non tutti), maledetti per l’eterno vivere e camminare, per l’eterno pensare, e per l’eterno… sognare.

Sognare una volta per tutte, di togliersi di sulla pelle e dal cuore, la bestemmia di non essere come gli altri ma, soprattutto, la sfortuna e la quasi certezza di non poter mai diventare persone normali. Persone oneste!

Sparirà il rito dei Battenti, della Pasqua Santa, ma il rito della Ndranghita rimarrà nei secoli dei secoli, amen.

Stando così le cose, per essere mafiosi, bisogna avere le amicizie, i requisiti e i natali. Stando così le cose per essere mafiosi, non basta un giuramento, non bastano mille reati, non basta l’assenso di un padrino, o il santino della Madonna della Montagna, ma ci vuole il benestare della Cassazione! E la Cassazione, infine, che stabilisce chi è un mafioso e chi non lo è. Altro che Polsi!

“Un mormorio d’assenso, di preghiera e d’aspettanza, levossi intorno. S’inchinò il poeta… (Carducci).

A ndranghita e a mafia sunnu giografia (Peppi Scapparruni).

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Il dia(vo)letto e il linguicidio

di Bruno Salvatore Lucisano - L’estinzione completa di una lingua avviene quando non rimane più alcuno che la parla e/o la scrive. L’estinzione linguistica riguarda tutte le lingue, inclusi i cosiddetti dialetti. Quando un dialetto non viene più parlato in casa, per strada, durante le attività sportive e quando non viene promosso dalle scuole, dalla politica, inesorabilmente muore. E non muore di morte naturale, come potrebbe sembrare (considerata l’estinzione di centinaia di lingue) ma muore per nostra colpa, esattamente come avviene per tutte, o quasi, le tradizioni.

Nel caso del dialetto si può quindi parlare, senza ombra di smentita, di linguicidio. Un termine, questo, che è sconosciuto anche al correttore automatico del pc, che me lo segna in rosso. Ma esiste eccome e, non è altro, che l’omicidio dei dialetti, dei vernacoli.

Prima c’era (e non c’è più) chi s’interessava alla divulgazione del dialetto attraverso la poesia popolare, il compianto professor Pasquino Crupi. Ora i poeti che hanno perso questa preziosa guida, per divulgare il dialetto, si sono riuniti in una Associazione. Insomma una sorta di cooperativa che aiuta, con i versi, a mantenere vivi dialetto e tradizioni.

E qui (anche qui), si consuma il linguicidio del nostro dialetto che invece di scriverlo in modo corretto, si è pensato di scriverlo come il dialetto veneto, e cioè troncando le parole con un susseguirsi di apostrofi e accenti che se solo qualcuno si azzarda ad avvicinarsi, abbandona subito la partita perché si accorge di avere davanti una lingua come il Cinese Mandarino o il Polacco.

Vorrei però che fosse chiaro, che il mio riferimento (critica) è solo al modo di scrivere il dialetto da parte della cooperativa dei poeti e non ai contenuti. Ci mancherebbe! Quindi mi aspetto che i colpi di fucile che arriveranno, siano indirizzati solo alla scrittura, e non altro…

Del resto, io non so scrivere l’italiano e quindi…

Buon dialetto e buona poesia a tutti. Intanto aiutatemi a scrivere i termini che seguono in dialetto:

Gujji (capre senza corna) – Gujji (acqua che bolle) – Gujji (aghi).

Grazie.

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“Luci della memoria” poesie di F. Blefari

di Bruno Salvatore Lucisano - Quando Franco mi manda un messaggio e mi chiede se ho letto il suo ultimo (per ora) libro di poesie, è evidente, che vuol sapere cosa ne penso. E allora io, per prendere tempo, gli ho risposto che lo sto leggendo. In verità, l’avevo già letto “Luci della memoria” e lo sto rileggendo, non per dare un giudizio (non sono all’altezza), ma per far sapere a un amico cosa ne penso.

E prima di parlare di poesia, perché “Luci della memoria” è un libro di poesie, voglio dirvi cos’altro è, questo libro.

E allora in queste 448 pagine vi è riposta, la storia, la geografia, gli usi, i modi, i costumi, i detti, i comportamenti, le abitudini ecc. ecc. di una civiltà in via d’estinzione. Di una civiltà, nell’accezione più gloriosa del termine, che mai più tornerà. In questa struggente nostalgia, nelle ferite mai rimarginate, nella gioia e nel più profondo e infernale dolore, è risposta la poesia di Franco Blefari. Perché in queste pagine di poesia popolare e non solo, c’è la cultura e la storia di un paese e quindi della Calabria. C’è la memoria che racconta una storia. E Franco è, prima d’essere un grande poeta, memoria storica.

È poeta popolare, è ironico, è scherzoso. Ha l’abilità di mettere in rima, qualora gli venga richiesto, anche una scopa poggiata sulla porta d’ingresso di una baracca. Anche lo starnuto di un cane. Solo uno così può scrivere farse.

Ma è poeta dell’anima Franco. Di un’anima che esce fuori, ferita e distrutta, quando è costretta a raccontare quella che può considerarsi la più grande disgrazia che possa capitare a un genitore, e cioè, la perdita di una figlia.

Da questo stato di sofferenza, da questo stato di dannazione che trova sollievo, solo nella sua fede e nell’amore della famiglia, nascono le sue migliori poesie.

Non c’è dubbio che le strofe dedicate alla figlia, siano le più intense e commoventi. Franco la piange con la poesia e, dalla poesia, trova conforto. Quando mette il punto all’ultimo verso, tira un sospiro di sollievo, tra una lacrima e l’altra. Pensa in cuor suo che la figlia l’abbia ascoltato. E in questa speranza, trova sollievo. In questa illusione trova consolazione. Nella fede, trova riparo.

Franco è nella storia della poesia popolare calabrese, per la sua produzione infinita e per le sue qualità. Franco è nella storia perché, e questo lo dico io, è tra i primi poeti polari e dialettali di sempre della Letteratura Calabrese, dal 1600 ai giorni nostri. Ma non tra i primi cento…tra i primi cinque.

Certo di quest’ultima affermazione me ne assumo la grande responsabilità e, sono sempre pronto a confrontarmi con chi dovesse pensarla in modo diverso. Ma le straordinarie prefazioni di C.A. Pascale e di Lucia Perri, mi fanno capire che non sono il solo a pensarlo. Anche se questi, essendo persone serie, non fanno classifiche.

E ora un piccolo segreto che mi sono tenuto fino a questo momento in cui scrivo.

Parlando un pomeriggio con il compianto Professore Crupi, pochissimi giorni prima della sua dipartita, tra l’altro mi ha detto: Ma perché si ostinano a mettere titoli in italiano a libri in dialetto?

Io l’ho guardato e gli ho risposto: Ma chi cazzu sacciu!

Dalla risposta e dalla parolaccia, è chiaro che la penso come lui.

È questa l’unica critica a un libro che dovrebbe essere presente in tutte le librerie delle scuole calabresi.

Se librerie soldi e cultura viaggiassero insieme.

È la fede che traspare in ogni verso, il malessere, la nostalgia, la pena, la poesia…: “Elena comu fazzu senz’e tia/ammondavanzi, comu ndaju a fari?/Si spiju a Cristu, ch’è a bacchetta mia,/pammi ripigghiu ammata…a camminari."

E tu, con fatica, continua a camminare e, ovviamente, a scrivere.

Un caro saluto.

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