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Africo: la Fiera dinnanzi alla Commissione Straordinaria

  •   Antonella Italiano
Africo: la Fiera dinnanzi alla Commissione Straordinaria

Si possono fare convegni, manifestazioni, incontri sportivi o culturali: gli africoti non ascolteranno. Li si può rimproverare di ogni azione fatta, indicando loro la strada della “legalità”, ma se è la stessa di tante associazioni antimafia a scopo di lucro, con la promessa della redenzione e del perdono divino, gli africoti non ascolteranno.

L’unico modo per arrivare alle orecchie e al cuore di questo popolo è provare a comprenderlo, spostando l’indice dal suo petto al cielo, bestemmiando la fame che l’ha visto prigioniero fino a cinquant’anni fa, e la forma, ostentata nelle case e sulle vie pubbliche, che tutt’oggi stenta a lasciare il passo alla libertà.

 

Ci arriveranno, gli africoti, agli obiettivi più ambiti, essendo abituati come pochi alle salite impervie; e sceglieranno di indossare una camicia bianca, la stessa con cui il presidente Bombino si è mostrato in piazza San Salvatore. Ma non sia più la scelta secolare tra la fame e il malaffare, e quella linea che divide i due mondi, demarcata con forza dal Presidente, non sia un muro invalicabile in cemento armato, ma lavoro e opportunità.

 

Se lo Stato comprenderà cosa ha nel cuore Africo, Africo ascolterà; e deciderà quale strada scegliere – come è giusto – per libero arbitrio e non per bisogno.

 

Sulla piazza, antistante la chiesa, i bambini si inseguivano a flotta, gli anziani se ne stavano in fila sulle panchine, e le donne chiacchieravano animatamente all’ombra degli stand. Come fosse il giorno della festa patronale.

 

Nel frattempo giungevano dalla provincia le autorità invitate per l’occasione; il prefetto, le forze dell’ordine, professori e politici di ogni dove, per sancire un 15 luglio divenuto una tacca nella storia: la rinascita di Africo antica. Un annullo filatelico, fortemente voluto dalla Commissione straordinaria, è il ricordo che la cittadina condividerà con il mondo. Sulle cartoline, realizzate dall’Accademia delle Belle arti di Reggio, squarci del vecchio borgo; le tappe che ogni africoto porta nel passo fin da bambino: il frantoio, la chiesetta di San Leo, i sentieri sterrati, le ginestre spinose.

 

Ci vuole stomaco per scommettere su Africo; stomaco, intraprendenza e coraggio. E l’ardire di garantire la mansuetudine di un popolo ribelle e mai domato, che solo i cataclismi hanno piegato e mai gli uomini. E la follia di farlo, guardando la fiera negli occhi, fino ad allungarle la mano.

 

Ecco cosa è successo questo 15 luglio. Si è reso pubblico un accordo di programma che permetterà all’Ente Parco, all’Università Mediterranea e al Comune di ricostruire il paese montano danneggiato strutturalmente dall’alluvione del ‘51, e mai esistito come coscienza di popolo, mai vissuto come paradiso e casa, piuttosto subìto per malattie e povertà. Centinaia di bimbi falciati dalle privazioni sono il patrimonio di sangue che le mamme hanno lasciato alla terra, vessazioni che i vari governi hanno fomentato dimenticando Africo e la sua gente, fino a fare diventare quel sangue la quotidianità. E gli africoti incapaci di piangere i loro stessi figli. Così avvezzi alla morte e al dolore, che anche la morte e il dolore sono diventati, per Africo, la quotidianità.

 

Questo raccontano i vecchi, questo scrisse Saverio Strati, rappresentato dal sindaco di Sant’Agata, Domenico Stranieri, e contro questo lottò Zanotti Bianco, il cui messaggio è affidato alla presidente di Italia Nostra, Angela Martino, e al regista Giovanni Scarfò, ideatore del docufilm “Le rovine del mezzogiorno d’Italia.”

 

Si è parlato di imprese e di lavoro, con Nino Marcianò, presidente di Confesercenti Calabria, e di cultura e associazioni, con il professore Gianni Curatola. E l’Ente Parco, che ad Africo ha chiesto un grande sforzo in termini di territorio, si impegna il 15 luglio, in piazza, a restituirle tanto in termini di opportunità.

 

Del pregiudizio, che offende e condanna gli africoti, non è immune la Commissione straordinaria; spesso osteggiata dalla politica e dal territorio, o rallentata da iter burocratici e da osservanze imposte dal Ministero, necessari per garantire il rispetto della Costituzione, quindi della Legge.

 

Commissione straordinaria e cittadini: facce in antitesi dello stesso pregiudizio. Volutamente tenute distanti per evitare quello che il 15 luglio ad Africo è avvenuto.

 

La fiera che non morde la mano a chi la allunga con coraggio, e sguardi che si scambiano anni di storie avverse, uguali e contrarie nel dramma. Lo zero che torna in paese per riportare tutto all’origine, l’annullo che convalida di aver pagato il debito.

 

Della commissaria Tancredi, donna intrepida, in piedi a guardare la fiera al centro della scena, io voglio conservare un unico ricordo: lei, in ginocchio, in un angolo sperduto di montagna, con le mani giunte in segno di preghiera. Ognuno interpreta a modo suo; il mio è romantico e inattuale.

 

Immagino volesse ringraziare Dio per tanta bellezza, espressa attraverso il peso, dunque il segno, che un luogo lascia nell’anima del visitatore. E bestemmiarlo per il dolore immenso, che qui ha scorso come un fiume in piena: i colori improvvisi della primavera, nel silenzio di Africo, nero come la morte.

 

 

 

 


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