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San Luca. La relazione del professore Pelle al convegno per i 20 anni della Fondazione C. Alvaro

  •   Redazione
San Luca. La relazione del professore Pelle al convegno per i 20 anni della Fondazione C. Alvaro

"Una fondazione in cammino"a vent'anni dall'istituzione (1997-2017) nel sessagesimo della scomparsa di Corrado Alvaro. (S.Luca 25/02/2017 ore 9,00 - Scuola Media)

Nel Sud, e non solo, della nostra penisola il nome di C. Alvaro si trova, con frequenza, come intitolazione di scuole o di strade o di centri culturali. E’ un punto di orgoglio, segno di una Calabria non solo caratterizzata da illegalità o da malaffare o da confraternite delinquenziali, ma anche da una sostanziale presenza culturale capace di spingere verso una considerazione positiva del nostro essere gente di Calabria. Dispiace, però, e non poco, che le intitolazioni, spesso, restano un fatto puramente nominale, anche se dettate dal dovere civico di riconoscenza dei meriti artistico - culturali acquisiti e da additare, ad esempio, alle nuove generazioni.

Gli studenti, salvo eccezioni, se pur leggono il nome, non conoscono, il più delle volte, il pensiero, l’importanza e la collocazione dell’autore nel contesto della letteratura italiana del ‘900. Peccato! Alvaro con la sua produzione letteraria ci cala nel contesto socio - culturale della Calabria, universalizzata ed inserita in quello nazionale ed europeo. Se alla scuola, quindi, spetta il compito di istruire, di formare e di aiutare i giovani a conoscere e capire il nostro essere e essere stato,  lo studio delle opere di Alvaro potrebbe essere un valido strumento di tecniche letterarie e di lettura della realtà, descritta, pur se con il filo della memoria, nella sua concretezza, soprattutto sotto l’aspetto demo - antropologico. Infatti le immagini e i linguaggi, gli usi e i costumi della Calabria, insiti nell’humus della gente d’Aspromonte,”mondo primitivo, mitico e chiuso”, sono gli elementi che costituiscono punto di partenza della riflessione di C. Alvaro, nel suo dinamico andare tra realtà e fantasia, alla ricerca di una visione  totalizzante del senso universale della vita e delle cose. In questo Alvaro è stato uno scrittore di grande statura, europeo, anche se la sua opera è indissolubilmente legata all’Aspromonte, inteso non tanto come una montagna selvaggia, quanto come la gente che l’abita in una condizione “patriarcaledove la famiglia è salda e unita come il granito dei monti e la povertà non si ostenta ma si nasconde - scrive A.Delfino - in segreta e secolare rassegnazione” . ”Forse nessuno scrittore italiano - afferma Walter Mauro - ha mai assunto, quanto questa creatura del Sud, una statura decisamente europea, malgrado sembrasse larvatamente circoscrivere i suoi interessi nell’ambito di un itinerario sostanzialmente provinciale; ma in lui di continuo il provincialismo si traduce in assiduo sforzo di volontà, in affinamento spirituale, che via via diviene infrenabile senso di pena e di partecipazione vibrante al superamento e all’abbattimento di tutte quelle inibizioni accidiose e negligenti che ancora oggi, pur se in misura minore, paiono ostacolo insuperabile del mezzogiorno d’Italia”.

In quest’ottica i connotati fisici, talvolta, interessano poco rispetto all’impressione che essi suscitano nell’artista e gli consentono di risolverli, universalizzandoli in chiave lirica. Ciò non significa estraniarsi dal reale, piuttosto la volontà forte di decifrarlo nella molteplicità dei segni.

“C. Alvaro, scrive Pietro Pizzarelli, fu un uomo del Sud sradicato però dal Sud, e tuttavia legato da un cocente rapporto affettivo, culturale e sociale alla sua terra, alla sua razza”. Alvaro, dunque, ha parlato della sua Calabria, e calabrese è rimasto: le sue usanze, la sua povertà, il suo paesaggio, la sua cultura vive nelle opere dello scrittore di S. Luca.

”Lo sfondo - scrive Francesco Bruno - …è quello della Calabria antica e favolosa,che lo scrittore portava nella sua anima e nella sua coscienza, andandosene in giro per il mondo”.

Calabria vista, però, non da un angolo remoto della provincia, come in Mario Lacava, ma da chi, dopo averla lasciata, vive a Roma, ritornando ad essa con il filo della memoria, quasi a cercare “un’entità mitica e lontana , l’infanzia, una realtà immobile e fuori del tempo”, in contrasto con il babelico  mondo angosciato delle metropoli moderne, con “ la condizione dell’uomo oppresso dalla dittatura, ( con la) frustante esperienza che il provincialeè costretto afare nella città” (Guglielmino).

C. Alvaro tornò a S.Luca l’ultima volta l’11/1/1941. Poi mai più. Come mai? Questa la risposta del fratello di C. Alvaro, DonMassimo:” Non volle più tornare perché desiderava conservare un’immagine pura di un  mondo che aveva tanto amato.Temeva con la sua presenza di rompere quell’atmosfera del mondo felice della sua infanzia”; non voleva sciupare i ricordi degli anni più belli e pensare di trovare “mancanza di amore, di carità, di comprensione, causa della crisi morale del mondo”. Lo scrittore Giuseppe Berto, incaricato di scrivere un pezzo commemorativo quando Corrado Alvaro morì nel 1956, tra l’altro scrisse: ”Ne venne via ( da S.Luca ) e non ci tornò più, e fu la sua forza di scrittore e la sua infelicità di uomo. Fino alla fine, anche quando aveva lo studio con la finestra aperta sulla scalinata di Trinità dei Monti col suo perenne fluire di giovinezza cosmopolita, rimase il calabrese che ricercava nella memoria il  mondo dell’infanzia, senza avere il coraggio di tornarvi, e senza il coraggio di evaderne definitivamente e prendere possesso di quell’altra realtà che pur gli stava sotto gli occhi e non lo respingeva, perchè non respinge nessuno”. Il filo della memoria, dunque, quale cordone ombelicale tra Alvaro e la sua terra, che pur sempre è riferimento e sfondo in cui proiettare, fissandolo, il suo pensare. In questo sfondo, quasi uno schermo, appaiono e si materializzano” i poveri che non sanno concepire la vita se non come fatica: le statue dei santi… con i loro volti di popolani che non hanno più da faticare; i fidanzati,che fanno conoscenza tra loro lavorando insieme  pei campi sotto gli occhi della madre di lei “ …“ le donnedel paese …come bestie da soma “ (Bosco), con gravosi pesi  sulle teste, in concorrenza talvolta anche con le mule; i pastori con i loro mantelli corti fatti di lana grezza; i sentieri scoscesi; i torrenti turbinosi che scendono al mare; le case di frasca e di fango,dove spesso gli uomini dormono con gli animali;” le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato da erbe selvatiche”;i lunghi cucchiai di legno inciso;le grandi fette di pane nero buttate nel latte ;le stecche da busto delle promesse spose incise di cuori fiorito; le conocchie cavate dal legno di ulivo; i pifferi di canna con i loro buchi neri fatti con lo spiedo arroventato;le capre, le pecore, i buoi, i porci, che non appartengono al pastore, ma al padrone;la bottiglia di vino nelle mani del padrone che, avaro, mesce un bicchiere al pastore che va a portargli il frutto del suo lavoro ;tutte quelle figure di calabresi che sanno soffrire senza stupire e senza pietà per se stessi; quelli, insomma, che non possono concepire una vita felice, che è solo dei ricchi. (Non siamo lontani dagli umili del Verga). Paolo Massimi dice:” La dura vita dei pastori e contadini calabresi è rievocata con assoluta fedeltà  alla situazione storica e sociale e insieme trasfigurata in un’atmosfera  di magico realismo…”E Carlo Salinari aggiunge:”Netta è la denuncia dell’ingiustizia, del divario intollerabile tra la miseria dei pastori e la ricchezza del signorotto”..”Questa Calabria ci apparirà… come un luogo di incontro e di  scontro drammatico di due mondi morali ben determinati e opposti”. Tutti questi elementi mancano, però, di riferimenti precisi di localizzazione: S. Luca non è mai designato nella narrativa di Alvaro ma indicato come il paese; lo stesso nome di Calabria è sottaciuto; nominato è invece l’Aspromonte designato  come luogo immenso, aspro, il monte per eccellenza: i personaggi , tranne qualche eccezione (Biasi, Cata ) non hanno soprannomi paesani; don e donna sono aboliti. Non si tratta certo di disamore per la Calabria, ma l’eliminazione di tali elementi diventa strumento di evocazione lirica ed universalizzazione dei temi. E così il capolavoro di C. Alvaro, Gente in Aspromonte, è un “immenso affresco rusticale” (Bosco); mette in luce “la chiusa,secolare miseria  dei pastori calabresi al di là di ogni riscatto”,…”aspetti inediti della realtà italiana”(Guglielmino). Tutta l’opera di Alvaro si può definire “un paese difigure…come è proprio degli antichi affreschi”. “Il paesaggio è reso a grandi linee, immerso in un’aura favolosa ,ed insieme ricco di particolari anche minimi”(Bosco). E queste figure sono l’espressione delle condizioni storiche e degli aspetti demo-antropologici della Calabria subalterna : la terra degli umili ed il loro vivere quotidiano, fra drammi esistenziali, miserie, dolorose solitudini emarginanti in un’atmosfera  di impossibile riscatto;ma anche di una Calabria con validi  valori della famiglia, del matrimonio, della saggezza antica, che si esprime con il buon senso e con un linguaggio semplice, così come semplice è la vita, legata al destino che determina, spesso, le azioni degli uomini, alla religiosità popolare simboleggiata nella Madonna di Polsi, dove la gente di Calabria si reca in pellegrinaggio, cantando e suonando, percorrendo lunghe ore di strada per sentieri pietrosi e spesso impervi, alla morte, nemico invincibile.

Alvaro è una miniera di riflessioni e tematiche, scavate con la memoria, nei meandri della nostra società. La scuola, specie la nostra scuola di Calabria, non può ignorare l’eredità culturale lasciataci dal Nostro.

Consentitemi un ricordo. Quando ero preside all’Istituto Statale d’Arte “Panetta” di Locri, in un consiglio per la programmazione delle classi terminali, mi venne spontaneo raccomandare ai docenti  di prestare attenzione per lo studio della letteratura meridionale e per Alvaro in particolare.

Non mancarono dichiarazioni di difficoltà: come e con quali tempi?

Dopo accesa discussione si addivenne all’accordo di organizzare   due concorsi:

 1 - di pittura

 2 - di scrittura (sotto forma di racconto o articolo di giornale),

naturalmente con richiamo alle opere di Alvaro.

Sono state messe a disposizione, in via preliminare e preparatoria, diverse copie delle opere dell’autore, acquistate con i fondi regionali per il potenziamento delle biblioteche d’Istituto.

E’ stata veramente un’occasione di studio e di operatività  culturale, che ha visto la produzione di un  centinaio di quadri, di buona fattura,ispirate a:

-L’età Breve: Antonia…forma perfetta in un mondo disadorno e vestito di poveri panni, una statua in un mondo in rovina;

Elegia: “Noi siamo fatti di pietre, soffriamo le passioni di centinaia di anni, le lacerazioni di una solitudine senza freni, l’urlo e il dolore…come una malattia secolare….e come la vecchiaia, come la casa in rovina”:

Coronata: “Ella si era messa al collo la medaglia della Madonna, legata con un nastro color giallo che le stava bene, sul petto, e commentava sottilmente il color ocra della pelle. Ai nodi delle trecce, i suoi capelli diventavano gialli. A guardarli uno si ricordava del grano,dei campi di estate”;                                          

Morgana: “La fronte dritta, larga e breve, i capelli intensi, il naso perfetto sebbene un poco arcuato verso le narici, e la bocca,nell’età in cui Morgana andò sposa ad un piccolo proprietario con molti più anni di lei, la bocca come una piaga,arida, tutta morsicchiata da una furia segreta”;“ moltiplicata dalla costrizione,dalla necessità di fingere e di crearsi un riparo alla loro vita occulta”;La corona della sposa: “Non lo voglio!E’ vecchio e fa troppe smorfie”…”Affacciandosi alla finestra, il padre la vide sulla strada,seduta a terra,che giocava con Filippuccio”;

Ritratto di Melusina: “Il pittore prese dalla sua borsa un foglio di carta, grande  grande, bianco ianco, e si mise a disegnare. La guardava…si sentiva percorsa punto per punto da quell’occhio come se la consumasse”. La notte insonne: “Nell’isola i vulcani si erano spenti da secoli. Il più alto si era soffocato da se con la sua lava. Il più piccolo… si empì d’acqua e divenne un lago,,,La lava si era fermata sulle rive come su un’altra onda rappresa; spuntano le ginestre dai semi arrivati col vento. Sulla lava calda erano rimaste prigioniere le conchiglie.”… Poi vi sbarcò l’uomo… La terra era percorsa da una traballante volontà di vivere". Ed una cinquantina di racconti e di articoli pregevoli per forma e contenuti ispirate all’Aspromonte alvariano. I primi tre, classificati dalla commissione, sono stati premiati, naturalmente con opere di Alvaro. Nella mostra mercato di fine anno tutti i dipinti sono andati a ruba, segno delle significative tematiche e della bontà delle tecniche  di produzione artistica. Ma l’importante è stato che gli studenti abbiano letto Alvaro e siano stati indirizzati a cogliere e capire il nostro Aspromonte, che nelle parole di Alvaro “…è una bellezza di pura geologia, di conformazione del terreno e di storia della terra, che ha il ricordo di un cosmo operante, dei geli delle epoche remote , degli oceani che lambivano le cime dei monti e ritirandosi hanno scavato le terrazze…E’ la stessa natura che assume atteggiamenti d’architettura, l’opera dell’uomo che fa tutt’uno con essa; quello che attraverso terremoti, alluvioni, franamenti ha resistito: natura roccia, pietra, albero, uomo”. Questo è stato Alvaro: “il primo grande scrittore che ha dato veramente risonanza a questa terra (Maria de Angelis), “che ha saputo sprovincializzare la cultura” ( Libero Biagiaretti) , un uomo di S. Luca, sradicato da  S. Luca, ma con il pensiero rivolto al suo paese, sul filo della memoria e della sua sensibilità di figlio riconoscente. L’auspicio mio, e credo di tutti, è che questa terra, con doverosa sensibilità materna, riporti nel suo seno naturalei resti mortali del Nostro, che dall’Umbria sembrano additare, con lo sguardo fisso, San Luca e la sua gente. Un personaggio di tale statura non può non essere oggetto di attenzione nelle scuole, specie del Sud. “Il Sud (che è stato considerato come) una colonia”, per cui i grandi autori meridionali sono esclusi dai programmi ministeriali. Si giustificano, allora, i professori che i programmi sono vincolanti, manca il tempo e che, appena, si riesce a trattare gli autori maggiori del ‘900: Pascoli, D’Annunzio, Pirandello. Ungaretti, Montale e, nella migliore delle ipotesi, dare solo un accenno generico sul resto. Scuse, a mio avviso, che non reggono. Nulla impedisce di elaborare programmazioni mirate e funzionali all’obiettivo, anche se le indicazioni ministeriali, con grave danno per la cultura, non danno peso alla letteratura  meridionale. In verità c’è chi lo fa e con grande competenza. Questa “Fondazione Corrado Alvaro”, che tanto ha fatto e continua a fare, anche con il patrocinio dell’Ente Parco e dell’Amministrazione locale, cui sta certamente a cuore il recupero della nostra cultura, potrebbe predisporre dei materiali e promuovere nelle scuole del territorio momenti di incontro, anche concorsuali, finalizzati alla conoscenza dell’autore di Gente in Aspromonte. E’ un’idea.

                                                                        Bruno Pelle