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Ernesto Panetta, un poeta neoclassico e popolare

  •   Franco Blefari
Ernesto Panetta, un poeta neoclassico e popolare

Se la prima raccolta di poesie dialettali di Ernesto Panetta, Eu, Fotografu, è un libro che attraversa la sofferenza di un uomo per le sue note e ultimamente peggiorate condizioni di salute, questa seconda fatica letteraria, ‘A terra d’’i supprezzati, (Pancallo Editore; pp 100; 2015, euro 12.00), contrariamente a quanto dice il titolo, parla di un uomo, che, attraverso la poesia, ha trovato in Dio un confidente a cui raccontare il proprio calvario. La croce, che lo stesso Dio gli ha messo sulle spalle, infatti, è il centro focale della sua poesia, che si snoda attraverso una passione dolorosa le cui stazioni sono le sale operatorie degli ospedali di tutta Italia.

Ma il poeta di Locri, non ancora settantenne, ex disk jockey delle prime radio libere negli anni ‘70, e applaudito presentatore di complessi ye ye nelle feste di piazza, non si abbatte né dà segni smarrimento; non piange e non si sconforta perché sa che ‘u Signuri mi guarda, come dice in una lirica in cui riconosce che, nonostante tutto, Dio non lo abbandona, pur essendo diventato un cliente stabile degli ospedali di tutta Italia.

Mò sugnu ccà jettatu nta ‘na stanza

e longhi, longhi assai viju i jornati;

spettu ‘i mi fannu, ormai, sta “risonanza”,

doppu trovar’a… nalisi sballati

Anche il dialogo, che intercorre tra lui e sorella morte (Littara ‘a Morti), è improntato sulla consapevolezza che il mondo, con tutte le sue leggi, è regolato dalla sapienza divina, per cui la accetta come tutte le cose create da Dio, facendo essa parte della vita.

Ti pensu spessu, ma ‘i tia non mi spagnu!

É bbonu pemmu ‘u sai mia cara morti.

Quand’esti ‘u turnu meu eu non mi lagnu,

ca nenti pozzu fari, chill’è ‘a sorti.

E pur riconoscendo l’ineluttabilità della morte, il poeta le chiede bonariamente, forse per esorcizzarla, se può intervenire presso Dio:

Vabbeni ca tu si’ ‘e cumandi soi

e no nci voti mai palor’arretu

per conoscere il motivo per cui le persone più buone e meritevoli muoiano prima delle altre.

Forzi, si tu nci parri a tia ti senti,

quand’è ‘u mumentu chi ti manda in giru,

domandaci pacchì fra tanta genti

nci assign’’e megghju l’urtimu rispiru?

La preghiera per Ernesto Panetta è la fascia che sana tutte le ferite, che accetta con la rassegnazione di Giobbe:

Quandu vidi ca i cosi vannu storti

e pensi ca si’ ‘u sulu e spurtunatu;

quandu ti pari ca è signata ‘a sorti

e ti senti ca si’ ‘u cchjù disgraziatu;

... prega pa tia e pa chilli chi nda’ ‘ntornu;

prega p’’o mundu e votati d’arretu;

prega e vi’ ca t’accorgi

ca ogni jornu ‘u patimentu toi vidi discretu.

Ma non impreca, accetta, invece, tutto ciò che Dio gli manda, anche la malattia della moglie costretta a vivere sulla sedia a rotelle, per quella forza interiore che solo Dio può dare in casi di estrema sventura, e scrive con una punta di sottile ironia, forse per farla sorridere:

Sentu a mugghjerima chi si lamenta

chjna d’acciacchi e di malamuri;

viju c’arranca ch’esti cchjù lenta,

glià giuvanella è tutta doluri.

Ma comu mai? Su’ dispiaciutu.

Poi… all’improvvisu mi veni ‘a scienza:

vo’ ‘u vi’ ca forzi restai futtutu,

ca non guardai bona ‘a scadenza?

Ma nonostante il poeta sia stato provato duramente dalla sorte avversa, ha sempre conservato l’occhio attento per cogliere, con estrema lucidità, anche le storture di questo nostro Paese, che si configurano nello sfascio morale, che ne ha determinato il disastro economico, dovuto alla presenza di governanti che non sono adatti al ruolo per cui sono stati eletti. Infatti, è quanto dice in una poesia:

Cumandanu paisi, provinci e regioni,

m’’a curpa est’’i cu’ ‘i misi ‘u jornu ‘i ll’elezioni.

‘Nc’è sempi ‘nu mbrogghjuni chi ndav’’i cangia i carti,

‘na testa di murruni chi ncuntri ad ogni parti.

E questo Ernesto Panetta lo dice con una terminologia incisiva e penetrante per chi non ha perso il gusto di leggere, specie ciò che è poesia. L’importante, però, è che ci sia sempre qualcuno che sappia parlare d’amore alla gente, perché solo l’amore potrà salvare il mondo da tutte le ingiustizie e perché senza amore l’uomo non potrà mai essere fedele al suo Creatore che gli impone di amare il prossimo suo come se stesso:

Amuri è ‘na parola troppu bella,

è cosa chi non porta nullu pisu;

cu’ esti bonu ‘i cori n‘’a cancella

e lu dimostra sulu c’’u sorrisu.

Amuri è quandu nc’esti comprensioni

pe cui, sbagghjandu, danni cumbinau;

amuri è perdunari, essiri boni

com’’o Signuri chi ndi perdunau.

Ma oggi è difficile, se non impossibile, parlare di Dio (e di perdono!) in una società educata al culto dei beni materiali e dell’arrivismo più incontrollato, e chi tenta di farlo, se non appartiene a quella cerchia ristretta degli “addetti ai lavori”, viene subito tacciato di ostentamento. Ma Ernesto, come tutti quelli che scrivono toccando le corde dell’anima, riesce a farlo con la forza della poesia più pura, che non sfila nelle passerelle mondane e televisive, ma viene coltivata nei letti degli ospedali, tra una dialisi e l’altra, tra un intervento chirurgico, degli oltre quaranta che ha dovuto subire, e la speranza di poter vedere ancora la luce del sole.

Proprio quello che ha fatto l’autore di questo libro, scrivendo tante poesie di profonda bellezza creativa per la loro genìa prettamente popolare, anche se poeta popolare non è, ma neoclassico, come ha scritto Carlo Antonio Pascale nella prefazione della prima raccolta, “per la melodia e scorrevolezza dei versi”. Ma se per poeta popolare s’intende chi riesce a parlare con la bocca del popolo -come diceva l’indimenticabile critico letterario Pasquino Crupi, il quale, addirittura, preferiva i poeti dialettali analfabeti, non riconoscendo loro il diritto alla fantasia, per poter raccontare più fedelmente la vita del popolo - allora bisogna affermare che Ernesto Panetta è più che un poeta popolare: è un poeta neoclassico che parla col megafono dei suoi antenati. Ne sono riprova alcune poesie d’ispirazione contadina, che difficilmente si dimenticano.

Una di queste è intitolata ‘A zzippula, dove parla di:

’Na nticchja di farina ‘llevitata,

n’alicia ‘i d’inta oppuru menza sarda,

l’ogghju mu basta pa ‘na padellata e…

‘u gustu mu t’’a mangi carda carda

che ci riporta al mondo dei nostri antenati, con le loro sane e indistruttibili usanze. Un’altra poesia, di chiaro stampo popolare, che esalta la buona cucina paesana è ‘A Terra d’’i Supprezzati”, che dà il titolo all’intera raccolta, come è stato già detto, già musicata e cantata nelle piazze della Locride dal trio folk “Argagnari” di Gerace, dove, oltre alla terra dei “baci”, quella del “parmigiano”, dello “spumante” e del “panettone”:

Nc’è ‘na cosa chi esti assai speciali,

chi non esisti ‘n’atta qualità,

mancu si giri tuttu lu stivali:

è ‘a supprezzata chi si faci ccà!

Anche se Ernesto Panetta, fedele al tema dominante di questa raccolta, conclude che:

Nc’esti ‘na poisia ccussì potenti

chi quand’’a reciti ti senti liberari l’anima,

‘u cori, ‘a menti; ti senti tuttu ‘o postu.

Sta poisia si chiama “Paternostu”

Proprio le parole che volevamo sentire da Ernesto Panetta, per concludere, perché la bocca parla della pienezza del cuore, dove nasce la sua poesia, che, sussurrata con le labbra imbevute di aceto per le sofferenze di un corpo mutilato, e suggellata dalla misericordia divina, diventa dolce come il miele.