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Nella Calabria dei giusti

  •   Cosimo Sframeli
Cosimo Sframeli Cosimo Sframeli

di Cosimo Sframeli - Parliamo da anni di ‘ndrangheta senza riuscire a debellare il cancro che distrugge e mortifica questa terra. Qualcosa non è andato per il verso tanto atteso, legati ad una sostanziale differenza tra Legalità e Giustizia. Bene conosciamo la tensione tra esigenze di giustizia e istanze di legalità. Certo, serve la certezza della pena, ma anche la certezza della speranza. Ed è il giusto ad essere il simbolo unificante del coraggio civile che, mettendo a rischio la propria vita, difende il diritto della verità e della compassione, senza eroismi o elevazioni sugli altri: sta dentro le cose, va verso l’altro, verso l’aderenza. Possiede l’idea del dono e del perdono e se il Male esclude l’altro, il Bene è effusivo, non isola, non esclude: è il donarsi per il donarsi, senza calcolo, contro il Male senza compiere Male. La responsabilità e la dignità sono sfide contro gli ingiusti. La Legalità è una cornice, ma se dentro non mettessimo la Giustizia sarebbe un bel telaio spoglio del dipinto. Gli spiriti ribelli disobbediscono alla logica persecutoria dell’infamia, incarnando una giustizia fuori la legge dell’ingiustizia.   

L'atto di accusa è contro gli intellettuali che agiscono in politica al riparo della loro presunta superiorità e imparzialità, verso i servi di ogni regime o ideologia, anche quando mossi delle migliori intenzioni. Nelle università, nei giornali, nei siti on line, nelle professioni, operano uno sparuto drappello di intellettuali, talvolta di assoluto valore, che cerca con fatica di far riconoscere la Calabria giusta e, ove possibile, anche di farla capire ai calabresi. Non sempre ci riescono, il compito è davvero complesso.

La Calabria è spezzettata, frammentaria, plurale. La stessa provincia reggina esprime sostanziali diversità, essendo composta di pezzi di società con storie distinte, autonome, con problemi diversi. La Piana di Gioia Tauro, l’Aspromonte, la Costa della Locride, la città di Reggio. In questo puzzle variopinto e non componibile, singoli intellettuali elaborano per la Calabria, quasi tutti in perfetta solitudine o con sorprendenti legami vitali con centri di studio, un proprio pensiero e soluzioni che sono necessarie per salvarla da un destino fosco.

Ma queste idee non circolano, non hanno un peso. Una parte di intellettuali è stabilmente assoldata dalla politica e da talune forze istituzionali, che assegnano incarichi, consulenze, fondi, impiego, talvolta uno scanno. L'integrazione nel sistema di potere calabrese ne ha annacquato la forza critica e ne ha messo a tacere le sensibilità. Tradiscono in nome di un fazzoletto di potere e di un po’ di denaro, assopendo la visione della Calabria nei soliti stereotipi: la ‘ndrangheta, la malapolitica, la malasanità. Preclusioni da tirar fuori ad ogni occasione per giustificare la bancarotta sociale di questa regione, escludendo i tanti responsabili e addebitando le colpe alla storia, al destino, all'antropologia, e via seguitando.

Quelli fuori dal coro, hanno un peso davvero esiguo. Non accedono ai mezzi di informazione nazionale, non hanno alle spalle società editrici di rilievo, tranne casi rari, sono guardati con diffidenza dal potere che - al più - conferisce loro qualche consolatorio premio estivo o li degna di una citazione.

Non è derogabile, la Calabria non può fare a meno dei propri intellettuali. In una società pronta a soluzioni epocali, in una terra da ricostruire come dopo una guerra, la Calabria deve essere innanzitutto pensata. Per realizzare la pace sociale, in modo civile ed utile, senza rivoluzioni traumatiche, i filosofi sono indispensabili. In questo momento, la società calabrese – tutta - ha bisogno di porsi alcune domande. Se queste mancano, non ci potranno essere risposte adeguate, ma semplici e pure declamazioni.

La questione è spinosa da risolvere e non sarà semplice valutare lo stare insieme dei calabresi in un tempo in cui la politica, quella nazionale, quella regionale, quella locale, appare a tutti un inutile e costoso fardello, incapace di porre mano a qualunque problema. Meglio il centralismo romano, ci dicono ormai senza imbarazzi, che da soli non ce la faremo. Il sapore amaro non è puramente teorico. La città metropolitana, la chiusura dei tribunali e di tanti uffici istituzionali, l'accorpamento degli ospedali, la soppressione di comuni, impongono ai calabresi il vivere "gomito a gomito", senza che nessuno lo voglia o ci creda. Un vero e proprio problema, anche dove destinare le risorse. Persino la ‘ndrangheta avrà le sue gatte da pelare; la redistribuzione delle risorse pubbliche e private sul territorio avvantaggerà un clan e ne sfavorirà un altro.

Ci siamo assunti il ruolo di padri in quanto nello stesso tempo abbiamo voluto essere figli della gente. Servitori disinteressati e generosi, mai strumenti passivi di disegni altrui che, tra l’altro, non hanno dimostrato radici accomunanti. E’ l’orgoglio di chi indica la via da seguire per un autentico riscatto sociale. Richiama alla memoria un dentista della Locride che non accettò mai una lira dai suoi paesani per le sue prestazioni professionali, quando la miseria si tagliava a fette. Tanto bene è stato donato nella terra di Calabria, ma l’ingratitudine umana è più grande della misericordia di Dio. Certi che i calabresi si sentano e siano ancora un popolo, diamo agli intellettuali le giuste risposte.


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