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Samurai Aspromontani gli anarchici di Ferruzzano che provarono a cambiare la storia

  •   Gioacchino Criaco
Samurai Aspromontani gli anarchici di Ferruzzano che provarono a cambiare la storia

“Neanche un fotografo di merda, a vedere gli occhi di un anarchico che muore. Attacca i fili boia, questa frittura falla in fretta che voglio tornare a casa”, urlò Giuseppe Zangara: Quanto gli mancava la sua terra, il bosco infinito, distese di querce e lecci dietro a Ferruzzano, e davanti quel mare di smeraldo che lo salutava, all’uscita di casa, a ogni alba. Dissero che era uno squilibrato e lo mandarono sulla sedia elettrica dopo 28 giorni. Un linciaggio, più che un giudizio. Invece Giuseppe non era un pazzo, né figlio della follia né del caso. Era la discendenza naturale di uno spirito anarchico di matrice Aspromontana. Anarchici prima di lui erano stati Margariti e Crudo, ferruzzanoti, e anarchici abbondavano a Sant’Agata, Casignana, Brancaleone: da Condofuri al Torbido, figli di una fierezza che la montagna sacra trasmetteva nei geni. Tra le tante rivolte nostre, e nobili, occultate c’è quella del 1911: Ferruzzano intera si solleva contro le guerre coloniali, 4 giorni di rivolta con assalto a Comune e Caserma, finiti nel sangue e nell’arresto di più di 100 persone. Quando vi dicono che il Sud non ha lottato vi dicono sempre il falso. I nostri si sono sempre opposti. Sono stati sconfitti, i migliori sono periti. I nostri disertarono le guerre coloniali in tanti, in tanti preferirono la latitanza alle guerre mondiali e non aderirono in massa al fascismo. A Giuseppe Zangara, figlio della sua terra, nella cella mancava il profumo delle ginestre a primavera, l’odore del mosto che dopo la vendemmia faceva le bolle dentro i tini, le grida felici della mietitura. E tutta la sua vita era stata una mancanza, sua madre l’aveva mollato per il cielo che aveva solo due anni e lui quel cielo perennemente azzurro l’aveva sempre odiato. La scuola l’aveva mollato, mandandolo nei campi dopo due mesi. E dopo trentatré anni l’avrebbe mollato la vita, e lui il supplizio della sedia elettrica lo voleva affrontare con più gioia di Nostro Signore. Non aveva paura di morire, solo non gli andava giù di farlo senza un giornalista che raccontasse del suo coraggio, per questo incitava il boia a fare in fretta. E non gli andava giù di averlo fallito il suo obiettivo. Quella stupida calibro trentotto a canna lunga non li valeva neanche i suoi otto dollari. Lei aveva sbagliato mira, e invece di ammazzare F.D. Roosevelt, che rappresentava il capitale maligno, ammazzò Anton Cermak, il sindaco di Chicago. E nessuno ora avrebbe potuto dire se il mondo sarebbe cambiato senza quel presidente americano. E l’anarchia di cui Giuseppe era figlio non avrebbe mutato le sorti del mondo. 

Gli era mancato il colpo giusto, come in tutta la sua vita sempre qualcosa di importante gli era fuggita via al momento opportuno. Così si sforzava, non avrebbe voluto morire, avrebbe semplicemente voluto tornare a casa a Ferruzzano, ma era tardi ormai e questa volta il coraggio non doveva abbandonarlo. Lo tenne stretto, lo prese fra i denti. Ecco come muore un anarchico disse al boia che per pochi dollari lo avrebbe fritto. Lui strinse gli occhi, e in un attimo tornò a Ferruzzano.


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