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Se lo Zefiro ci aprisse gli occhi

  •   Gioacchino Criaco
Se lo Zefiro ci aprisse gli occhi

A ogni alba Kirya rinnovava la meraviglia per la bellezza del mondo che lo circondava, guardava il sole uscire dal mare, arrampicarsi in cielo e denudare l’Etna, e spalancava la bocca in un’estasi instancabile. Alla fine di una vita lunghissima si trasformò in un volto d’arenaria, con la meraviglia scolpita sulle labbra. Aveva occhi buoni, lui e milioni di calabrotti che non hanno mai mollato la terra donata loro dagli dei. Migliaia di anni senza un passo fuori dalla barriera dei monti o dei mari: immobili e liberi, con la decisione, invincibile di non partire mai. Perché un luogo che per secoli e secoli rappresenta la terra migliore in cui stare diventa all’improvviso l’inferno da cui salvarsi? La cecità è la risposta, una cataratta diventata saracinesca impossibile da sollevare. La Calabria è sempre stata miele e sale, il dolce lo ha concesso solo al sudore, e catastrofi e epidemie si sono succedute indefesse: lo scirocco a tormentare e lo zefiro a lenire. E nessuno, mai è andato via. Poi gli occhi si sono chiusi, abbiamo lasciato che dita arroganti ci abbassassero le palpebre. Non le abbiamo viste più le nostre vette, le pupille non si sono affogate nello smeraldo dei nostri mari. Le zagare e i gelsomini sono diventati gioielli neri. La vista mancante ha offuscato sensi di naso, bocca, mano orecchio e cuore. Non lo abbiamo più visto il nostro paradiso ricoperto di Sulla rossastra e ci siamo lasciati condurre lontano. Ciechi guidati da un cane che i chilometri li ha divorati a migliaia per costruire una diaspora calabrese che conta milioni di dispersi, un numero così enorme che fa orrore a pronunciarlo. Via, via, per un ergastolo in galera o in fabbrica, che la differenza non c’è in termini di dolore. Noi calabresi siamo gli uomini persi, che continuano a non ritrovarsi e a lasciarsi condurre a occhi chiusi, che se solo li riaprissimo, un attimo: davanti allo Stretto, in vetta a Montalto, sulla piana di Sibari, ai piedi della Colonna, guardando lo Stromboli o il Cecita, il Neto o il Lao. Se Zefiro forzasse un solo spiraglio di palpebra non ci andremmo più dietro a un cane dopo aver visto il tesoro in cui siamo nati.


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