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L'analisi. Perché questa antimafia non vincerà mai

  •   Gioacchino Criaco
L'analisi. Perché questa antimafia non vincerà mai

di GIOACCHINO CRIACO - Se il tuo obiettivo è portare la sabbia nel Sahara, se aspiri a innevare l’Antartide o vuoi costruire stelle in cielo, è ovvio che hai perso in partenza. Ed è una lotta inutile anche quella di portare il bene fra i giusti. L’impresa vera la si fa invertendo tutto, innevando il deserto e convertendo i cattivi. E in fondo la linea dominante, in un ventennio di lotta alle mafie, è stata la separazione del bene dal male, la costruzione della frontiera, la condanna senza speranza non solo di chi ha sbagliato ma pure di chi incolpevolmente gli è stato intorno. E se vogliamo, neanche caricare di tutte le colpe del paese la mafia è stata una scelta pagante, perché i fuorilegge fuori anche dalle famiglie si sono sentiti meno colpevoli, anzi schiere e schiere di lestofanti quasi quasi si sono sentiti innocenti per il solo fatto di non aver partecipato a giuramenti di sangue.

Ed è chiaro che le colpe non siano uguali: frodare il fisco è reato, e pure farsi dare una pensione senza averne diritto non è una marachella, la rachide cervicale bisogna averla contusa per farsela pagare dalle assicurazioni, farsi pagare senza andare al lavoro è una truffa, stare al lavoro senza fare una beneamata mazza è una truffa anch’essa, rubare il posto a un altro è un furto, soffiare il letto di ospedale a chi legittimamente ti precede non è una buona azione, i fondi comunitari o pubblici non sono lì per essere depredati, lo scambiare un voto per un favore comporta il carcere. Inquinare, corrompere, tramare, strozzare… No, non basta non essere mafiosi per essere buoni. Ma se ti poni l’obiettivo di distruggere la mafia oltre a sperare di arrestarli tutti, fino all’ultimo, ti devi porre il problema di rendere sterile la “mamma”. Impedire la riproduzione. Togliere soldati al nemico, levargli nuovi adepti, allontanargli simpatizzanti e dare un’opzione diversa e buona a chi potenzialmente è a rischio. Se la tua missione è la vittoria del bene devi aprire le porte a chi rischia di sbagliare e anche a chi sbaglia. Devi alimentare le speranze non spegnerle.

Lo Stato ha creato un apparato repressivo imponente che per decenni ha marciato come un rullo compressore, conseguendo vittorie a raffica. Una risposta forte, eccessiva pure. Una reazione tutta muscolare, e qua c’è il limite. È mancata la risposta razionale, non sono nate le idee giuste. E le idee non dovevano venire dalle caserme o dai tribunali.

La politica doveva produrre soluzioni, e doveva intervenire la migliore intelligenza e cultura del paese, ma gli intellettuali si sono dati alla latitanza. E la, “cosiddetta”, società civile invece di ritagliarsi il ruolo naturale a cui è votata si è arruolata e il problema lo ha affrontato con l’elmetto non con la testa, ha affiancato la repressione senza marciare in parallelo a essa con soluzioni diverse. La “cosiddetta” società civile è discesa in campo più belligerante e integralista della repressione pura. Addirittura si ritrovano più aperture fra le toghe e le divise che fra i soldati laici, e più perdono fra i militi che non nei parroci. È mancata soprattutto l’anima nella risposta del bene, si sono tenuti i pugni chiusi davanti a mani che si sono tese.


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