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L'analisi. Quelle sagre imbarazzanti che di “storia” hanno solo la nomea

  •   Pino Macrì
L'analisi. Quelle sagre imbarazzanti che di “storia” hanno solo la nomea

di Pino Macrì - Un mio amico, un po' filosofo e molto saggio, una volta disse: Metà dei calabresi darebbe un braccio, pur di scoprirsi origini aristocratiche. L'altra metà se le è già inventate.

Si sa: in tempi di crisi (di valori, soprattutto) esibire quarti di nobiltà può essere utile, al pari delle molliche di pane da raccogliere attorno al tavolo su cui avevano appena desinato i valletti del Potere. E che importa che la Costituzione repubblicana abbia abolito i titoli nobiliari ed i relativi privilegi formali di nascita? I nani, anche questo si sa, aspettano con ansia il tramonto del sole, per poter anche loro proiettare ombre belle lunghe!

Ma cosa c'è di meglio, per dimenticare i guai quotidiani, che ubriacarsi di vampugghie?

Ed ecco, allora, tanto per le più remote, come per le più note contrade calabresi, tutto un rigugghjo di sfilate storiche, rievocazioni storiche, giostre cavalleresche e chi più ne ha più ne metta, ma tutto e sempre all'insegna delle immancabili dame e damigelle dai vestiti luccicanti e sfavillanti; di omaccioni panzuti  intabarrati in improbabili colletti di pizzo plissettati (che fanno tanto madrepatria Spagna) ; di paggi, paggetti e povere Barbie imbaldanzite/i da costumi che richiamano un lusso che più lussuoso non si può; di cavalieri ristretti in camicie di forza finto-metalliche imbraccianti spadoni (anch'essi, ovviamente, finto-metallici: ve lo immaginate, altrimenti, lo sforzo? Roba da sgualleramento istantaneo!) la cui ostensione richiama teneramente i giochi fanciulleschi all'insegna del ”ce l'ho più lungo io”.

”E che c'è di male, in tutto ciò?”, incalza l'amico, sempre più saggio.

Niente! Assolutamente niente: trovo, anzi, che la genialità delle pro-loco abbia trovato, in questi sorta di incroci tra la farsa carnascialesca e la ritualità pagana più ancestralmente primitiva, un'alternativa tutto sommato piuttosto lucrosa. Rispetto, per esempio, alle ormai imbarazzanti sagre, per rinnovare le quali manca ormai soltanto quella del ”rigano, riganello, petrusino ed accia”.

D'altronde la Regione, insostituibile e salvifica minna di tutte le ”manifestazioni popolari estive” deve aver trovato il bisogno, almeno, di finanziare qualcosa che avesse la facciata imbellettata alla bell'e meglio di ”cultura”…

Solo, vi prego: non chiamatele ”storiche”: perché, credetemi, di storico, tranne qualche vaga parvenza di datazioni e ricorrenze, peraltro spesso discutibili, non hanno assolutamente nulla.

A partire proprio dall'elemento più appariscente: i costumi. Basterebbe, infatti, non dico una meticolosa ricerca d'archivio, ma un semplice passaggio su Google per rendersi conto di come i costumi visti sfoggiare nelle recenti occasioni di ”rievocazioni storiche” locridee esistono solo nei sogni (e nella, ripeto, genialità delle pro-loco). Invito, in proposito, anche i più digiuni di storia (e, in particolare, di storia del costume calabrese) a prendere visione delle immagini che propongo. Di queste, solo le ultime due hanno una qualche attinenza con gli sfavillii di cui parlavo prima: ma trattasi di figurini di un'operetta dei primi anni dell'800 ambientata in Calabria (”Isabella d'Aragona”, laddove il personaggio maschile è ”Rocco del Pizzo”). D'altronde, per chi ancora non fosse convinto del tutto, è da ricordare che le stesse Corti (spagnola, prima, e borbonica, dopo) davanti alla sfacciata manifestazione di opulenza dei cortigiani a Napoli, emanò una Legge (la ”LEX SUMPTUARIA”) che, in una serie di Prammatiche (una sorta di Decreti-legge) ininterrottamente rinnovate ed aggiornate dal 1556 al 1789 ed oltre, vietava espressamente l'esibizione pubblica di sete, velluti ed altri vestimenti pregiati, specie se intessuti con ori ed argenti.

E quindi, i pomposi personaggi delle ”sfilate storiche”? Personaggi di operetta, per l'appunto, come Rocco del Pizzo.


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