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L'analisi. Reggio Calabria: il suicidio e il rispetto

  •   Bruno Salvatore Lucisano
L'analisi. Reggio Calabria: il suicidio e il rispetto

di BRUNO SALVATORE LUCISANO - La canea di banditori e pataccari che afferra la preda e la butta sui giornali, sul web, senza rispetto della morte, anche la più cruda, la più violenta, la più inaspettata. La canea di pennivendoli che si trasforma come d’incanto in psichiatri e psicologi che danno subito una spiegazione logica – secondo loro – alle cose.

La risposta e la spiegazione ad ogni tragedia ad ogni dramma personale, dimenticando che i drammi e le tragedie appartengono ai singoli e alle loro anime, e non hanno risposte certe. Che gli studi danno pareri, ipotesi ma mai conferme, mai certezze. Che il cervello, ogni cervello, è differente uno dall’altro così come lo sono le impronte della lingua.

Una ragazza bella, sorridente, nel pieno della vita che, nonostante il cognome, è riuscita a crescere, a vivere, a laurearsi col massimo dei voti, tutto ad un tratto (secondo la pletora dei due più due) a venticinque anni prende e si suicida per il cognome che porta! Si alza una mattina presto e si lancia dal quinto piano per il peso insopportabile del nome che porta. Ma davvero? Possibile? Sicuro?

Solo la povera ragazza sa perché l’ha fatta finita. Solo la sua mente e la sua anima sanno qual è il campanello che l’ha svegliata, qual è il destino che l’ha chiamata, qual è la disperazione per lanciarsi per aria, qual è il coraggio che ha trovato per morire.

La mamma non si rassegna al gesto estremo compiuto dalla figlia, e questo significa che non si diventa pazzi in una sola notte per lanciarsi in volo dal quinto piano. La mamma vuole sapere. Ma credo che nessuno saprà mai il perché di questo gesto disperato.

Ed allora, piano con i giudizi e soprattutto, niente pregiudizi.

E se proprio volete dare delle risposte a tutto, di seguito lascio una pagina in bianco; qui potete aggiungere ai vari titoli già in edicola: “Laureata e contro la famiglia”, “La figlia del boss è morta di solitudine”, “Suicida per la vergogna”, “Il cognome le pesava”. Scrivete quello che vi viene in mente tanto, la povera ragazza è morta e non vi potrà smentire! E, per trovare un testimone, dovete cercare la sua anima, solo e solo nell’anima della povera ragazza, vi è la risposta al gesto finale. La sua anima come unico testimone credibile!

Non sempre due più due fa quattro, a volte, certe volte, fa cinque.