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Editoriale. Quel chiosco a Campo Calabro in cui si insegna il sogno dell'Anarchia

  •   Antonella Italiano
Editoriale. Quel chiosco a Campo Calabro in cui si insegna il sogno dell'Anarchia

di Antonella Italiano - Bonzo abita in un mondo tutto suo, fatto da un chioschetto da cui sforna calzoni, piadine, patate, e persino qualche piatto di pasta; cinque o sei tavoli all’aperto; una manciata di metri quadri sotto un albero, che protegge da foglie e uccelli con una rete stesa sotto i rami, e un gruppo di ragazzi che dal primo pomeriggio richiamano la sua attenzione: Bonzo le carte, Bonzo una birra, Bonzo cambiami i soldi.

E Bonzo sorride, a volte li apostrofa, li invita a servirsi da soli quasi che il conto non sia il suo. Vive in questa simbiosi col paese, immaginando così tutto il resto del mondo...

Bonzo si accosta con garbo ad ogni generazione, all’anziano come al bambino, e regala un saluto ad ogni classe sociale, persino al prete se si trova a passare, e coltiva sogni di libertà e uguaglianza anche ora che non è più un ragazzo. Lo fa per se stesso, per la sua ideologia, e persino per i concittadini che vedono in lui un pezzo di storia mai finita. Perché tutti conoscono il Bonzo, ma solo i più grandi sanno chi sia stato, e ancora in meno sono capaci di associare un volto alla nomea che ha accompagnato, per contro, e in tutta Italia, le sue proteste e le persecuzioni subite. Persino noi finiamo per sbagliare e restiamo un po’ spiazzati, quando, giunti a Campo Calabro, chiediamo di indicarcelo all’uomo dietro il banco del chioschetto. Facile, sono io il Bonzo! E prende svelto un sacchetto di noccioline e qualche birra, ci fa accomodare al tavolino dove l’amico Pino già ci aspetta da un pezzo, sbriga qualche altra faccenda e si siede accanto a noi.

Bonzo veste una maglia bianca e grembiule, in eterno servizio della gente, che dal suo osservatorio sulla piazza del paese ascolta, osserva, consiglia. Vive in mezzo ad essa, totalmente. Poteva essere diverso, forse? Sarebbe stato reale, altrimenti? All’improvviso ci apre le porte del suo mondo, e ci fa sentire così ad un passo dalla vita, e così lontani da essa, che si tinge di surreale quell’incontro.

Sugli alberi gli uccelli fanno un chiasso assordante, i ragazzi vanno e vengono dal chiosco, si sente l’odore della terra e dell’autunno, si sente il fresco dell’imbrunire, e le parole che scorrono chiare e autoritarie ci trasportano nel tempo, nei luoghi, nel sangue, in ciò che da giovani avremmo voluto essere, negli anni in cui avremmo pagato ogni prezzo per l’idea.

Bonzo, capace di riaccendere e far ardere un concetto, attira come un altare sacrificale. Come lui, ci diciamo, sarebbe giusto vivere. Ma lui è unico, nella sua straordinaria, visibile, coerenza. E vive la sua scelta con impegno, sacrifico, buon senso e intelligenza.

Il pensiero, che in molti vantano di coltivare, si riscontra nella forma, nello stile e nei discorsi. Niente è un caso. In un mondo che si trasforma, Bonzo però non è rigido, o sarebbe fine a se stesso il suo vivere, e il pensiero morirebbe, perché troppo vecchio, stantio difronte al cambiamento. Per questo è capace di rimodellare i concetti in base alle esigenze, ai tempi e alla gente. E parla liberamente, e ci offre il suo aiuto, e neanche ci pensa a chiedere quale sia il nostro colore politico.

Quando giunge il momento, è triste salutarlo, aprire la porta del suo mondo e uscire con la stessa leggerezza dell’arrivo. Perché lui, circondato dai giovani e da qualche amico, resta lì, a combattere una battaglia ideale contro la corruzione e l’ignoranza del sistema che tutto governa; e lo fa in quel modo, vivendo a gusto suo, sfuggendo alle regole e ai comportamenti che la società invece impone continuamente al popolo.

Ci sentiamo di tradirlo, andandocene; ci promettiamo di provare a comprenderlo, una volta a casa. Ed è quando tiriamo le somme che focalizziamo quanto, nonostante gli acciacchi, egli somigli ancora a quel ragazzo che, negli anni Sessanta, capeggiò la protesta reggina, e che pagò col carcere e con le percosse ogni scelta. Un’epoca in cui per essere diversi ci voleva stomaco e coraggio. E non pensate, se passate a trovarlo dal suo chiosco a Campo Calabro, che egli desideri altro; egli ha già raggiunto ciò a cui ambiva: la libertà, l’uguaglianza, e l’acume per difenderle.

Bonzo è un anarchico, nella vita e nel pensiero. E, in quell’angolo di piazza che cura come fosse un giardino, compie ogni giorno la sua rivoluzione.


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