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La nostra storia. Il sottotenente Giuseppe Sidari (1913 – 1942)

  •   Redazione
La nostra storia. Il sottotenente Giuseppe Sidari (1913 – 1942)

di Fortunato StelitanoIl sottotenente d'artiglieria Giuseppe Sidari, secondo di sei figli, nacque a Staiti il 22 dicembre 1913 dal matrimonio fra Sebastiano, possidente, e Maria Sculli.

Dopo aver intrapreso i primi studi a Staiti, conseguì la maturità presso l'Istituto Magistrale di Reggio Calabria e studiò successivamente lingue orientali all'Istituto Orientale dell'Università di Napoli. Con l'entrata in guerra dell'Italia, nel 1940 si arruolò nell'Esercito Italiano e partì da Staiti insieme a tanti altri suoi concittadini.

Promosso sottotenente d'artiglieria, fece parte del 267° Battaglione 149/35 che nei primi anni di guerra si trovava presso il Campo di Concentramento di Klos, in Albania, a una cinquantina di chilometri da Tirana.

Scriveva spesso ai suoi familiari cercando di tranquillizzarli e nascondendo sempre la reale situazione di pericolo di una missione che, anche se non in prima linea o in trincea, era comunque altrettanto rischiosa e delicata non foss'altro che per la presenza di alcuni importanti prigionieri politici della ex Jugoslavia e di alcuni parenti della regina Elena detenuti nel campo di concentramento dove prestava servizio.

Nel Natale del 1942 il comandante del campo di concentramento di Klos chiese una licenza per poter trascorrere le festività natalizie insieme alla sua famiglia e il sottotenente Sidari prese quindi il comando del battaglione e del campo. Impegni e responsabilità che si fecero ben presto avanti nel momento in cui alcuni soldati jugoslavi si presentarono al suo cospetto chiedendo insistentemente il rilascio di alcuni fra i prigionieri politici detenuti presso quel campo, presentando in loro sostituzione dei sosia.

Ligio al dovere di servitore della Patria, Giuseppe Sidari si rifiutò e non scese a compromessi con quelle persone, ai quali intimò di abbandonare immediatamente quel luogo e di non farsi mai più a vedere.

Nell'animo di quel gruppo di facinorosi vi era però in serbo la volontà di fargliela pagare e aspettarono il momento giusto per organizzargli un'imboscata.

L'occasione si presentò dopo qualche giorno quando, per fare rifornimento di vettovaglie e quant'altro fosse necessario al sostentamento del campo, il sottotenente Sidari insieme ad altri cinque soldati si portarono in un centro di rifornimento a 18 chilometri di distanza da Klos.

Al ritorno però, ad aspettarli, c'erano nascosti nel bosco, i ribelli jugoslavi. Erano le 13.30 del 29 dicembre 1942 quando, in una zona interna fra Tirana e Peshkopia, abitata a quei tempi solo da Musulmani, mentre il piccolo contingente di soldati stava attraversando a bordo di un camion un ponticello di legno lungo una breve curva dalle alture boscose circostanti, il gruppo di facinorosi  cominciò a sparare all'impazzata contro il camion. Il sottotenente Sidari fu subito colpito alla gola, ma ciò nonostante ebbe la forza di reagire e, una volta uscito dall'autocarro, continuò a sparare uccidendo due ribelli e per meglio colpire i nemici si avvicinò ai fari del camion finché fu troppo facile per questi ultimi trucidarlo con una raffica di mitraglie.

Giuseppe Sidari, ormai agonizzante, cadde davanti al camion difendendosi come un leone nell'adempimento del proprio dovere. Si consumava così l'ennesimo atto eroico di uno dei tantissimi Italiani che, inseguendo l'ideale di una grande Patria, hanno saputo affrontare a testa alta e senza tentennamenti, loro malgrado, l'atroce destino della morte.

Il carico del camion fu regolarmente depredato e solo uno dei cinque soldati riuscì poi a salvarsi e a riferire tutti i particolari dell'accaduto.

Il cappellano e medico del campo, Pietro Caruso di Bari, organizzò i funerali per l'amico caduto e si mise successivamente in contatto con la famiglia.

Giuseppe Sidari fu seppellito nel piccolo cimitero per soldati di Burrel e la sua salma non fece mai più rientro in Patria, quella Patria che tanto voleva servire e per la quale morì caduto fra i Caduti d'Albania.

Tutt'oggi il suo nome è scolpito sul marmo del monumento che il Comune di Staiti volle successivamente erigere in memoria dei 46 Staitesi caduti durante i due conflitti mondiali.

I familiari, gli amici e tutti coloro che lo conobbero parlano di un giovane buono, sincero, sorridente e allegro, con la sua innata risata fragorosa che lo contraddistinse sempre e col suo bel viso bruno, simpatico e cordiale di ragazzone calabrese.

I sani valori, i principi e la grandezza d'animo di quest'uomo, l'alto ideale della Patria che perseguì fino in fondo, possiamo ancor oggi meglio comprenderli alla luce di quanto scrisse una volta ai suoi cari:

Dopo voi, e direi una bugia se non lo confessassi, amo la nostra Patria e per Lei sarei contentissimo di dare la mia stessa vita pur di vederla ancora più grande, più potente, più ricca … .

A noi non rimane che l'esempio e il ricordo dell'eroe e del grande uomo che fu!


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