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La carestia del 1672 a Staiti

di Fortunato Stelitano - Il XVII secolo cominciava per Staiti all'insegna dell'ottimismo. Il progetto di riunificare i vari villaggi di epoca medievale in un unico agglomerato si era rivelato vincente e la popolazione crebbe gradualmente sostenendo quindi l'istituzione dell'Universitas anche su spinta feudale.

Le condizioni economiche e sociali non erano affatto misere e dagli stati di Tappia risulta addirittura un avanzo di bilancio pari a ducati 191 già negli anni 1627 - '28.

La crescita demografica aveva, tra l'altro, sollevato la necessità di ampliare il principale luogo di culto, non più sufficiente a contenere tutta la popolazione nei giorni di festa, cosa che verrà rinviata all'ultimo decennio del secolo proprio a causa degli effetti della carestia.

Il terremoto del 1638 non causò particolari danni al patrimonio edilizio del paese e il numero delle anime continuò ad aumentare progressivamente durante i decenni successivi fino al secondo quinquennio degli anni '60. Già a partire dal 1667 cominciarono a registrarsi annate difficili per l'agricoltura, dovute principalmente alla scarsità di precipitazioni e ad altri fattori, con il conseguente aumento del prezzo del grano che passò dai 7 carlini ai 26 al tumolo. Quegli anni si rivelarono terribili in quasi tutta la Calabria e la Sicilia, con una sterilità che in alcuni centri ridusse gli abitanti di oltre un terzo della loro numerazione: “fame cotanto valida, che per rattemperarne la rabbia, furono pratticate cose mai per l'addietro costumate a mangiarsi”.

Così ebbe a scrivere il cronista napoletano Innocenzo Fuidoro:

“Quest'anno nelle Calabrie ci fu mortalità grande, causata dalla penuria antecedente, mentre il grano, solito a vendersi a carlini sette incirca, arrivò fino a carlini ventisei; perciò li poveri ebbero tale patimento che morirono, di calcolo fatto, circa 60.000 in quelle due province”.

I numeri riferiti alla città di Reggio, riportati dal De Lorenzo, non sono migliori:

“... vi fu carestia per la Sicilia e la Calabria Ultra con il pane a Capo cento molti mesi sin a 10 Giugno; ed in Reggio e Casali ne morirono 4.284 sino a 17 Giugno (che) durò la mortalità”.

A Staiti si registrò una vera ecatombe; la carestia, che raggiunse il suo apice nel 1672, decimò la popolazione e poco meno di 300 anime perirono per la grande fame. In piccola parte avrà influito anche la mancanza di territori propri sufficienti, dovendo l'università esercitare il suo dominio diretto solo su una piccola superficie del feudo di appartenenza che nell'Apprezzo del 1689 risultava contenuta all'interno di un “circuito di miglia 5”.

L'effetto di tale calamità viene rappresentato dalle divergenze fra le numerazioni riportate in due fonti seicentesche, quella del Fiore e quella dell'Apprezzo; infatti, si passa da una numerazione di 160 fuochi a soli 50. Lo stesso Fiore, però, avvisa di non prendere sempre per buone tali informazioni poiché spesso le universitates calabresi corrompevano i funzionari regi al fine di far dichiarare loro un numero inferiore di fuochi fiscali. Prova di ciò risulta un dato riferito alla popolazione di Staiti estrapolato da una relazione ad limina del 1709 dalla quale emerge una popolazione di addirittura 1.702 anime. 

Purtroppo non conserviamo il primo volume del Liber mortuorum (1644 – 1698) della parrocchia di Staiti dove poter constatare l'effettivo numero dei defunti negli anni della carestia, ma la presenza di due documenti di natura diversa, l'uno feudale e l'altro ecclesiastico, provenienti dai due principali archivi reggini, di Stato e Diocesano, non lasciano ombra di dubbio.

Il primo, riguardante la foresta di Mastrantonio, sostiene proprio che nel 1672 “per la grande sterilità, e fame che corse, morsero molti centinaia di persone, mottivo che in detto Casale restò pochissima gente”.

Il secondo, una Memoria di mons. Giovanni Dieni, riporta una “diminuzione del popolo ultimamente in occasione della carestia del 1672 per la quale in pochi mesi perirono in questo Casale poco men di 300 anime, oltre la mortalità seguita dopo d'un morto quasi contagioso che corse per tutta la Provincia”.

Gli effetti della carestia avevano costretto lo stesso duca Giuseppe Carafa a ridurre la rata delle spese ordinarie dell'Università di Staiti, passando dai 100 ducati annui pattuiti precedentemente a soli 40.

Dalla stessa fonte sembra che già nel 1678 il paese cominciava a registrare segnali di ripresa, mentre nel 1712 “essendo in fiore detto Casale”gli veniva richiesta una contribuzione per le stesse spese ordinarie pari a 80 ducati.

Non sapendo più a chi rivolgersi, già durante gli anni precedenti l'apice della carestia, gli Staitesi avevano innalzato una piccola chiesa a Sant'Anna e nell'agosto del 1670 giunse in paese anche un suo grande dipinto “che si è fatto fare d'elemosina” da un pittore di Messina.

Si tratta ancora di un'ipotesi, ma presumiamo a questo punto che l'atto di filiazione del popolo di Staiti alla Santa Madre di Maria venne unanimamente proclamato proprio in occasione della tremenda carestia del 1672.                                                                                                  

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Staiti. La storia di Monsignor Antonino Sgro

di   Fortunato Stelitano - Primo di tre figli, Antonino Sgrò nacque a Staiti il 5 gennaio 1916 dal matrimonio fra Domenico e Domenica Romeo. Intraprese i primi studi in paese e come altri suoi compagni e amici si accostò allo studio della musica suonando successivamente come clarinettista nella locale Banda Musicale.

Poiché nella Diocesi di Bova il seminario era temporaneamente chiuso per mancanza di un numero sufficiente di studenti, il giovane Antonino consolidò la sua prima formazione al Seminario vescovile di Gerace, divenendo ben presto prefetto della camerata “San Luigi”.

Concluso il ginnasio, proseguì i suoi studi al Seminario Pontificio “Pio XI” di Reggio Calabria dove ricoprì nuovamente l'incarico di prefetto. Successivamente frequentò il Pontificio Seminario Regionale “San Pio X” di Catanzaro, per poi conseguire la Laurea in Sacra Teologia presso i Gesuiti della  Facoltà teologica “San Luigi” di Posillipo (Napoli). Grazie alla dispensa pontificia per difetto d'età, il 15 agosto 1939 venne ordinato sacerdote da monsignor Giuseppe Cognata nella Cattedrale di Bova.

Di grande umanità e spiccata intelligenza, Antonino Sgro ricoprì l'incarico di vicario sostituto interessandosi delle parrocchie più problematiche del territorio.

Gli anni 40' furono anni molto difficili per il Nostro: nel 1941 moriva il padre, mentre qualche anno dopo il fratello Giuseppe veniva dilaniato dallo scoppio di una mina.

Nel 1944 andò a insegnare religione e lingua francese al Seminario arcivescovile di Reggio, divenendone anche vice direttore e direttore spirituale; nel capoluogo reggino ricoprì dal 1948 al 1962 la cattedra di storia ecclesiastica presso il Pontificio Seminario “Pio XI” e dal 1959 al 1969 l'incarico di direttore della Scuola superiore di servizio sociale; insegnò religione per alcuni anni anche al Liceo classico “Tommaso Campanella” e divenne consulente provinciale delle ACLI e dell'UCIIM, assistente della FUCI e del Movimento laureati cattolici e vice assistente diocesano del CIF. Fu inoltre vicedirettore e direttore de “L'Avvenire di Calabria”.

Già Decano del Capitolo di Bova, il 1 febbraio 1967 don Sgro divenne vicario vescovile della stessa Diocesi, incarico che mantenne fino al 1969 quando la Santa Sede e la Conferenza episcopale calabra lo invitarono a dirigere il Pontificio Seminario Regionale di Catanzaro; papa Paolo VI lo nominò inoltre cameriere segreto.

Durante l'incarico al Seminario di Catanzaro conobbe mons. Tortora che nel 1972 diventerà Vescovo della Diocesi di Locri – Gerace. Da questa nuova amicizia si fece strada il progetto per il Nostro di diventare Vicario generale di quella Diocesi e il 1 novembre 1975 mons. Sgro si trasferì a Locri.

Nella sua nuova sede prese parte ai lavori di quasi tutti gli organismi ecclesiali, divenendo a poco a poco figura di riferimento per l'intera Diocesi. Fu membro del Consiglio presbiteriale, del Collegio dei consultori, del Consiglio per gli affari economici, del Consiglio pastorale diocesano e dell'Opera di religione.

A due anni dalla nomina di Arcivescovo di Reggio e Vescovo di Bova, mons. Aurelio Sorrentino propose al prelato staitese la carica di rettore del Seminario diocesano Pio XI e di responsabile del Centro vocazioni, ma il presule, per vari motivi, non da ultimo per le condizioni di salute, decise di rimanere a Locri e proseguire il suo lavoro come Vicario generale di quella Diocesi.

Quando il 22 settembre 1988 mons. Tortora si dimise per gravi motivi di salute, la Sacra Congregazione per i Vescovi vide subito in Lui la persona giusta per ricoprire la sede vacante e venne nominato amministratore apostolico.

L'11 marzo 1989 mons. Antonio Ciliberti prese possesso della Diocesi di Locri – Gerace e due giorni dopo nominò don Sgro suo vicario generale. Come conseguenza di questa grande stima,  il Vescovo chiese e ottenne dal Santo Padre che al Nostro gli fosse attribuita la dignità di protonotario apostolico soprannumerario, quindi di reverendo monsignore.

Ritornava spesso a Staiti dalla sorella e dalla sua gente celebrando generalmente alla messa del mattino presso la Chiesa arcipretale di Santa Maria della Vittoria. Lo si incontrava sovente durante le sue passeggiate pomeridiane quando andava a visitare i suoi cari defunti al cimitero.

Portò avanti il ministero sacerdotale come Vicario generale della Diocesi di Locri - Gerace per altri quattro anni ancora, fino a quando la malattia lo ricongiunse al Padre il 5 febbraio 1993.

Le sue esequie presso la Cattedrale di Locri costituirono momento di grande commozione non solo per la Diocesi, ma per l'intera Chiesa calabra. La sua salma giunse a Staiti la sera stessa sotto una fitta pioggia; il figlio prediletto, personaggio indubbiamente eminente del Novecento staitese, faceva ritorno per l'ultima volta nella sua terra natia e dopo altra intensa e commovente cerimonia funebre, circondato dall'affetto della sua gente, il suo corpo mortale venne tumulato nella tomba di famiglia. Come segno di riconoscenza verso la sua prima comunità parrocchiale lasciò in donazione un calice con dedica alla Chiesa arcipretale di Staiti.

Fin da subito si parlò della preparazione degli incartamenti per la causa di beatificazione. Personalmente ritengo che i tempi sono ormai maturi per una riconsiderazione generale dell'opera di mons. Antonino Sgro e del suo ministero sacerdotale sempre e comunque al servizio della Chiesa calabrese. La sua innata semplicità e umiltà gli hanno volutamente precluso una carriera ecclesiastica decisamente più all'altezza delle sue capacità e della sua immensa cultura umanistica e teologica; personalità che avrebbe dovuto meritare maggiore attenzione anche da parte dello stesso Vaticano.

Il suo ricordo rimane inciso nell'epigrafe che l'Amministrazione comunale di Staiti volle dedicare all'illustre concittadino, oltre che nei due volumi che Enzo D'Agostino e Rosanna Orlando gli dedicarono nel 2001 e nel 2004.

I pochi ricordi che conservo di questo grande uomo sono legati soprattutto a quell'alone di spiritualità e di leggerezza che lo contraddistingueva sempre; in Lui, nelle sue parole e nei suoi gesti vi era indubbiamente la presenza vera e autentica del Divino.

                                                                                                      

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La nostra storia. Il sottotenente Giuseppe Sidari (1913 – 1942)

di Fortunato StelitanoIl sottotenente d'artiglieria Giuseppe Sidari, secondo di sei figli, nacque a Staiti il 22 dicembre 1913 dal matrimonio fra Sebastiano, possidente, e Maria Sculli.

Dopo aver intrapreso i primi studi a Staiti, conseguì la maturità presso l'Istituto Magistrale di Reggio Calabria e studiò successivamente lingue orientali all'Istituto Orientale dell'Università di Napoli. Con l'entrata in guerra dell'Italia, nel 1940 si arruolò nell'Esercito Italiano e partì da Staiti insieme a tanti altri suoi concittadini.

Promosso sottotenente d'artiglieria, fece parte del 267° Battaglione 149/35 che nei primi anni di guerra si trovava presso il Campo di Concentramento di Klos, in Albania, a una cinquantina di chilometri da Tirana.

Scriveva spesso ai suoi familiari cercando di tranquillizzarli e nascondendo sempre la reale situazione di pericolo di una missione che, anche se non in prima linea o in trincea, era comunque altrettanto rischiosa e delicata non foss'altro che per la presenza di alcuni importanti prigionieri politici della ex Jugoslavia e di alcuni parenti della regina Elena detenuti nel campo di concentramento dove prestava servizio.

Nel Natale del 1942 il comandante del campo di concentramento di Klos chiese una licenza per poter trascorrere le festività natalizie insieme alla sua famiglia e il sottotenente Sidari prese quindi il comando del battaglione e del campo. Impegni e responsabilità che si fecero ben presto avanti nel momento in cui alcuni soldati jugoslavi si presentarono al suo cospetto chiedendo insistentemente il rilascio di alcuni fra i prigionieri politici detenuti presso quel campo, presentando in loro sostituzione dei sosia.

Ligio al dovere di servitore della Patria, Giuseppe Sidari si rifiutò e non scese a compromessi con quelle persone, ai quali intimò di abbandonare immediatamente quel luogo e di non farsi mai più a vedere.

Nell'animo di quel gruppo di facinorosi vi era però in serbo la volontà di fargliela pagare e aspettarono il momento giusto per organizzargli un'imboscata.

L'occasione si presentò dopo qualche giorno quando, per fare rifornimento di vettovaglie e quant'altro fosse necessario al sostentamento del campo, il sottotenente Sidari insieme ad altri cinque soldati si portarono in un centro di rifornimento a 18 chilometri di distanza da Klos.

Al ritorno però, ad aspettarli, c'erano nascosti nel bosco, i ribelli jugoslavi. Erano le 13.30 del 29 dicembre 1942 quando, in una zona interna fra Tirana e Peshkopia, abitata a quei tempi solo da Musulmani, mentre il piccolo contingente di soldati stava attraversando a bordo di un camion un ponticello di legno lungo una breve curva dalle alture boscose circostanti, il gruppo di facinorosi  cominciò a sparare all'impazzata contro il camion. Il sottotenente Sidari fu subito colpito alla gola, ma ciò nonostante ebbe la forza di reagire e, una volta uscito dall'autocarro, continuò a sparare uccidendo due ribelli e per meglio colpire i nemici si avvicinò ai fari del camion finché fu troppo facile per questi ultimi trucidarlo con una raffica di mitraglie.

Giuseppe Sidari, ormai agonizzante, cadde davanti al camion difendendosi come un leone nell'adempimento del proprio dovere. Si consumava così l'ennesimo atto eroico di uno dei tantissimi Italiani che, inseguendo l'ideale di una grande Patria, hanno saputo affrontare a testa alta e senza tentennamenti, loro malgrado, l'atroce destino della morte.

Il carico del camion fu regolarmente depredato e solo uno dei cinque soldati riuscì poi a salvarsi e a riferire tutti i particolari dell'accaduto.

Il cappellano e medico del campo, Pietro Caruso di Bari, organizzò i funerali per l'amico caduto e si mise successivamente in contatto con la famiglia.

Giuseppe Sidari fu seppellito nel piccolo cimitero per soldati di Burrel e la sua salma non fece mai più rientro in Patria, quella Patria che tanto voleva servire e per la quale morì caduto fra i Caduti d'Albania.

Tutt'oggi il suo nome è scolpito sul marmo del monumento che il Comune di Staiti volle successivamente erigere in memoria dei 46 Staitesi caduti durante i due conflitti mondiali.

I familiari, gli amici e tutti coloro che lo conobbero parlano di un giovane buono, sincero, sorridente e allegro, con la sua innata risata fragorosa che lo contraddistinse sempre e col suo bel viso bruno, simpatico e cordiale di ragazzone calabrese.

I sani valori, i principi e la grandezza d'animo di quest'uomo, l'alto ideale della Patria che perseguì fino in fondo, possiamo ancor oggi meglio comprenderli alla luce di quanto scrisse una volta ai suoi cari:

Dopo voi, e direi una bugia se non lo confessassi, amo la nostra Patria e per Lei sarei contentissimo di dare la mia stessa vita pur di vederla ancora più grande, più potente, più ricca … .

A noi non rimane che l'esempio e il ricordo dell'eroe e del grande uomo che fu!

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