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Antichi mestieri. La filatura, il fuso, la rocca

  •   Bruno Palamara
Antichi mestieri. La filatura, il fuso, la rocca

di BRUNO PALAMARA - “E Berta filava, filava la lana”, cantava il mitico Rino Gaetano e, contemporaneamente, il nostro pensiero andava a ritroso verso un tempo che, oggi, è solo un piacevole ricordo. La donna calabrese è descritta, nella letteratura, intenta a filare, seduta davanti alla porta di casa o accanto al focolare durante le lunghe serate invernali. La filatura, in realtà, è stata per millenni incombenza femminile, occupando dalla preistoria alla rivoluzione industriale una grossa parte del lavoro domestico.

La storia

L’arte del filare risale a epoche remote e si perde nella notte dei tempi: i Cinesi ne attribuivano l’invenzione al leggendario imperatore Yao (2324 a.C. – 2206 a.C.), gli Egizi a Iside, la dea della maternità e della fertilità, i Greci e i Romani ad Atena (o Minerva), la dea della sapienza e delle arti (tessitura), i Peruviani a Mama Oello, dea della fertilità nella mitologia Inca. Nelle tombe egiziane e su antichissimi vasi orientali si trovano disegnate figure femminili in atto di filare col fuso.

Dal III millennio a.C. la filatura mediante rocca e fuso era praticata in molte parti del mondo; in tale periodo vennero iniziate in Egitto filatura e tessitura del lino, in India quelle della canapa e del cotone, in Cina quelle della seta. In Omero non solo le ancelle e le donne di casa, ma principesse e regine trattavano la rocca (o conocchia) e il fuso.

La grande diffusione di questa “industria casalinga” in Grecia e in Roma ci è attestata, oltre che dalla documentazione archeologica e artistica, anche dal frequente ricorrere al mito delle tre Parche, o Moire, le tre divinità che presiedevano al destino dell’uomo, Cloto, Làchesi, e Atropo. Cloto, la filatrice, aveva il compito di svolgere il filo della vita, Làchesi distribuiva a ciascun individuo la parte di filo che gli spettava in sorte, avvolgendolo nel fuso; infine, Atropo tagliava il suddetto filo al momento stabilito dalla sorte. In epoca romana, come già nel mondo greco ed etrusco, la filatura della lana era una delle attività per eccellenza della donna. Famosa l’espressione latina “lanam fecit”, “lavorò la lana”, a lei riferita, citata anche nelle epigrafi funerarie, per indicarne le virtù domestiche. Spesso, rocche e fusi erano inseriti anche nei corredi funerari.

Il fuso

Il fuso era costituito da un fusto di varia forma, un centimetro di diametro e una lunghezza di circa trenta centimetri, recante nella punta superiore un piccolo ingrossamento (“cocca”), al quale si fissava il filo che usciva dalla conocchia. Era, generalmente, di legno, com’è attestato da numerosi ritrovamenti in molte tombe dell'antico Egitto e nel secondo strato di Troia, anche se non mancavano fusi di materia più nobile: Elena ricevette in dono nuziale un fuso d’oro; da tombe in Crimea e in Grecia sono stati recuperati fusi di avorio e fusi di osso furono usati in varie parti d’Europa.

La conocchia, o rocca, era lo strumento sul quale la filatrice disponeva il materiale, per averlo sempre a portata di mano. La struttura era costituita da un bastone di legno con una gabbietta posizionata in alto nella quale si metteva la massa del filato. Prima di arrivare al fuso, lana, cotone, lino e ginestra dovevano passare una lunga trafila. Per esempio, per quanto riguarda la lana, la prima fibra tessile utilizzata dall’uomo, la si lavava più volte, la si faceva asciugare a lungo, prima di passare alla “cardatura”, operazione necessaria per liberarla dalle impurità.

Il processo lavorativo

La “cardatura” veniva fatta, esclusivamente, a mano con i cosiddetti “cardacci”, due assicelle di legno, dotate di impugnatura, irte di chiodi: la sfregatura di una contro l'altra, con in mezzo l’ammasso di fibre, provvedeva a districare le fibre stesse. Quando, finalmente, la lana era diventata gonfia e soffice, allora poteva essere utilizzata. La filatrice cominciava a tirare dalla conocchia una piccola quantità di materia da filare, la arrotolava con le dita e la fissava all'estremità superiore del fuso mediante un nodo scorsoio. Prendeva poi il fuso e vi imprimeva un movimento rotatorio rapido, operazione che ripeteva ogni qual volta esso tendeva a fermarsi. Questa operazione prende il nome di “torcitura”. Contemporaneamente tirava dal pennecchio altre fibre e le attorcigliava con le dita, bagnandole di tanto in tanto con la saliva, per rendere il filo più compatto. Quando il fuso toccava terra, la filatrice lo sollevava, col pollice disfaceva il nodo scorsoio, avvolgeva intorno al fuso il tratto di filo prodotto e ne fissava di nuovo l’estremità alla sommità del fuso con un nodo uguale al precedente. L’operazione si ripeteva numerose volte.

Quando il fuso era pieno di filato, il filo veniva staccato ed avvolto attorno ad un rocchetto. Durante tutto il processo lavorativo, la filatrice doveva osservare alcune regole fondamentali per la riuscita del prodotto: bagnare sufficientemente e secondo il bisogno la materia da filare, non torcere né troppo, né troppo poco, filare uguale e rotondo; togliere eventuali impurità e fare il minor numero possibile di nodi.

Il girello

La filatura era un lavoro lungo e poco produttivo, perfino una laboriosa e veloce filatrice riusciva a produrre giornalmente appena qualche etto di filo, motivo per cui essa impegnava una considerevole fetta della popolazione, soprattutto donne e bimbi. L’esigenza di velocizzare la lavorazione portò in epoca medioevale alla costruzione (1280) dei filatoi a pedale (detti anche arcolai o filerine), apparecchi in legno nei quale il fuso non viene più spinto a mano, ma da una ruota, detta “girello”, che, azionata da un pedale, gira intorno ad un asse orizzontale, filando la lana. Con la Rivoluzione industriale del XVIII sec. si avviò la meccanizzazione della filatura, aprendo la strada alla lavorazione industriale moderna e ai grandi stabilimenti odierni.

Il nostro pensiero, però, si ferma a quell’ambiente familiare comune a tutti i paesi della civiltà contadina, epoca in cui la filatura rappresentava un’attività utile e indispensabile per l’economia domestica alla quale la donna partecipava in maniera preponderante. Nelle famiglie dei nostri paesi la filatura a mano, specialmente della lana, fino alla seconda metà del secolo scorso, era diffusissima, perché permetteva alla madre di famiglia di ottenere gli indumenti necessari al mantenimento decoroso dei tanti figli. E così nel nostro immaginario collettivo la vediamo trascorrere il tempo, filando accanto al focolare fino a notte tardi. Addirittura, nel periodo di guerra si era instaurato l’uso di scucire i vecchi indumenti in maglia ormai inservibili e filarne il filo, unendolo ad un altro filo di lana o cotone grezzo, per ingrossarlo e renderlo più spesso e farne dei nuovi indumenti preziosi in quel periodo di carestia.

La cultura contadina

Faceva parte anche della cultura contadina che un giovane regalasse alla promessa sposa, procurandosela o costruendola con le proprie mani, una conocchia che non lo facesse sfigurare, incidendo le iniziali del nome della fanciulla di cui era innamorato. Rimangono ancora, riposte in qualche angolo di casa, intagliate alla sommità, conocchie recanti statuine dallo straordinario profilo, alcune delle quali fanno venire in mente le dee della fecondità degli antichi miti classici.

In alcuni paesi l’accoppiata rocca e fuso era compresa nella dote di una sposa e in un bellissimo canto popolare troviamo un giovane innamorato che paragona la sua amata proprio all’asta di un fuso: “Cc’avanti c’è ’na figghja di massaru - chi rassumìgTanti sono i proverbi o modi di dire che si rifanno al mondo della filatura, come per esempio: “Piede alla culla e mano al fuso, mostrano la buona massaia”, “Diritto come un fuso”, si dice di chi ha un portamento ben eretto; “Filar dritto”, comportarsi onestamente; “Hai tessuto un filo e ora hai bisogno dell’ago”, quando vogliamo dire che l’aver cominciato non è sufficiente, se non lo porti a termine con uguale operosità; “Lascia fare i fusi a quei che sono usi”. Oggi è rarissimo imbattersi in una filatrice e fuso e conocchia sono divenuti quasi “oggetti da museo”, opere d’arte di un mondo ormai scomparso. Nonostante il suo uso sia sparito dalla vita quotidiana, il loro nome, però, rimane fortemente scolpito nell’immaginario collettivo a perenne ricordo di “quando Berta filava”.


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