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Bovalino. L’intervista: Peperoncino, una grande intuizione

  •   Redazione
Bovalino. L’intervista: Peperoncino, una grande intuizione

Paolo Canale, noto imprenditore agricolo, è riuscito senza “incentivi” statali a creare numerosi posti di lavoro proprio ai piedi dell’Aspromonte. Il segreto? Competenza, passione, e le migliori varietà di Capsicum esistenti al mondo.

Il peperoncino, nome latino Capsicum, appartiene alla famiglia delle Solonacee, vegeta su quasi tutto il territorio italiano, e particolarmente bene nella zona jonica reggina per via dell’esposizione a Mezzogiorno e della temperatura mite. Condizioni che consentono una raccolta che si protrae per più di sei mesi l’anno.

Il peperoncino è una delle tante produzioni possibili, in realtà, perché i nostri territori si prestano bene alla coltivazione di uliveti, agrumeti, vigneti e ortaggi in genere. Vantiamo l’esclusiva, inoltre, di prodotti ambiti dal mercato mondiale, come il bergamotto, l’uva del vino greco e del mantonico, il gelsomino. Ricchezze che, se sfruttate, darebbero prestigio alla Calabria, e posti di lavoro ai calabresi. Politiche agricole miopi, promosse da inesperti nel settore, impediscono che le nostre potenzialità si tramutino in prospettive reali. E in questa apatia collettiva ci si adagia, in attesa di non si sa quali soluzioni. La novità, stavolta, è un’intuizione, per questo ve la raccontiamo. Il peperoncino.

Nella vallata del Careri, proprio ai piedi dell’Aspromonte, si estende una vasta piantagione, suddivisa in lunghi filari di verde intenso, macchiati da accesi frutti di grossa pezzatura e aspetto importante. Abbiamo incontrato, per saperne di più, l’imprenditore Paolo Canale, noto produttore agricolo. Per lui la cura e lo studio della terra sono frutto di un’esperienza lunga più di cinquant’anni. Da questa conoscenza, dai semi migliori esistenti in commercio, dall’intuito che fa sempre la differenza, nasce in Calabria la piantagione di peperoncino più ambita dai mercati del Sud Italia. A Paolo rivolgiamo qualche domanda.

Da qualche anno aveva interrotto la produzione di questa coltura, il motivo?

«La concorrenza straniera (dell’area Sud mediterranea) che per anni ha introdotto, a prezzi stracciati, un prodotto qualitativamente discutibile nei nostri mercati».

E il ritorno a questa grande “passione”?

«È dovuto ad una telefonata, a primavera ormai inoltrata, e quindi quasi fuori tempo utile per la semina, di un mio vecchio cliente ed amico. Non mi sono fatto pregare, ma è stato una sorta di conto alla rovescia. In tempo record ho individuato il terreno con le caratteristiche necessarie, grazie all’aiuto dell’amico Alberto Aurelio».

Ci dà un po’ di dati?

«Quattro ettari di terreno, vergine, che non era stato coltivato con piante della stessa famiglia. Poi il via: 120 mila piantine, 12 giorni di piantagione, irrigazione a goccia, prodotti biologici come fertilizzanti. Partendo da questi dati, e tenendo conto che ogni piantina produce circa 2 kg di peperoncino, abbiamo stimato un raccolto totale di circa 2 mila quintali».

E in termini di giornate lavorative offerte?

«Un operaio può raccogliere al giorno 1-1,5 ql, ciò significa che si è creata occupazione per circa 1500 giornate lavorative. La raccolta, infatti, va fatta obbligatoriamente a mano. A questa si aggiungono le operazioni di selezione e imballaggio personalizzato per ogni cliente a seconda dell’utilizzo che si deve fare del prodotto, e quindi è necessario altro personale».

In una terra assetata di occupazione la sua scommessa è stata una ventata di positività che ha contagiato tutte le persone coinvolte. Aiuti regionali o statali?

«Nessuno».

Zero aiuti e una scommessa, la corsa contro il tempo azzardando la semina a maggio. Chi non è esperto, chi vive nelle alture, quali regole dovrebbe seguire?

 «Il peperoncino andrebbe piantato all’inizio della primavera (se si utilizzano le piantine già pronte), dopo sessanta giorni si può raccogliere il peperoncino ancora verde, dopo novanta si raccoglie pienamente maturo. È una pianta che si adatta bene anche alla montagna, dove è meno soggetta all’attacco d’insetti e funghi. Soffre infatti degli stessi disturbi e delle stesse malattie di specie appartenenti alla famiglia delle Solonaceee (melanzane, pomodori e peperoni ad esempio)».

Il peperoncino in Calabria si usa ormai da diversi secoli, sia in cucina che nella medicina popolare, in Aspromonte e in Sila viene impiegato come aromatizzante e conservante nella produzione degli insaccati. Paolo Canale è soddisfatto dai riscontri che il suo prodotto sta avendo sul mercato calabrese. Da settimane i suoi camion fanno la spola con i centri più importanti della Regione, che non hanno nascosto il loro apprezzamento dopo averne tastato la qualità: il colore rosso intenso, la pezzatura dei frutti elevata e la piccantezza molto alta (secondo la misurazione fatta con la scala Scoville). Ma anche da fuori regione arrivano giornalmente richieste importanti e ad alcune a malincuore purtroppo ha dovuto dire di no. Il nostro imprenditore comunque rifornisce le industrie conserviere più importanti di Puglia e Campania, dove la maggior parte dei suoi peperoncini vengono trasformati in salse.

 

 


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